Introducing Il signor Castagneti in “Castagneti e l’attacco dei bolidi”

Also Zoidberg. Yes! In your face, Gandhi! No. We’re on the top. We’re rescuing ya. That’s right, baby. I ain’t your loverboy Flexo, the guy you love so much. You even love anyone pretending to be him!

Fry, we have a crate to deliver. A true inspiration for the children. And until then, I can never die?

Dear God, they’ll be killed on our doorstep! And there’s no trash pickup until January 3rd. I’ll get my kit! Why would I want to know that?

Goodbye, cruel world. Goodbye, cruel lamp. Goodbye, cruel velvet drapes, lined with what would appear to be some sort of cruel muslin and the cute little pom-pom curtain pull cords. Cruel though they may be… Kids have names? You guys go on without me! I’m going to go… look for more stuff to steal! Bender, hurry! This fuel’s expensive! [pause] Also, we’re dying!

Son, as your lawyer, I declare y’all are in a 12-piece bucket o’ trouble. But I done struck you a deal: Five hours of community service cleanin’ up that ol’ mess you caused. I’m sure those windmills will keep them cool. What kind of a father would I be if I said no? I’m sorry, guys. I never meant to hurt you. Just to destroy everything you ever believed in. Hello, little man. I will destroy you!

Gespenst eines Genies

E’ così

Uno pensa che dopo una gioventù misera ed iniqua debba seguire di necessità un’età adulta e di successi. E’ che te lo insegnano Hollywood e la tivù, ma è sbagliato. Dopo una gioventù misera ed iniqua segue al più, statisticamente, un’età adulta grigia e mediocre.

Temo di aver preso i funghi.

E poi c’è una cosa che ho realizzato poco fa: è pieno di bimbi e preadolescenti che crescendo si asciugano e diventano bei figlioli! Che bello dev’essere fare una simile trasformazione, e che belle persone devono venirne fuori.

Bah!

Dialetticamente: lo zotico è fatalista. E questo è bene. L’uomo di mondo ha manie di protagonismo e crede di potersi plasmare un destino. E questo è male! Il vero saggio ridiventa fatalista. E questo è ancora meglio di prima.

C’è da chiedersi come la mia bisnonna abbia retto la morte di dieci figli e la miseria e la carestia? Tanta beata ignoranza e quell’istinto primordiale di sopravvivenza, quell’uncino ancorato saldamente alla vita che qualcuno pensò bene di condire col concetto di “Provvidenza”. Tra l’altro sono dell’idea che esista una linea-zero della felicità, proprio biologicamente, e che tutti, bene o male, dalla bambina africana magra magra e infibulata al ventenne milanese borghesino e nichilista, ruotiamo intorno a quest’asse. Pardon, che tutti bene o male blabla ruotiate intorno a quest’asse. Io mi ascrivo ad un’altra categoria, se permettete (la banca xe mia, cara voce fuoricampo): quella dei malinconici piagati che fisiologicamente, per questo o quell’altro fattore ambientale, si situano una decina o ventina di tacche al di sotto (all’equilibrio). In totale contraddizione (ma anche no) con questa mia teoria, credo che il benessere – storicamente – faccia male, crei uomini e donne di mondo (e di strada) con notevoli gatte esistenziali da pelare e tanta infelicità. Purtroppo elargisce gli strumenti per passare dalla fase 1 alla fase 2 con grande generosità e facilità, ma dispoticamente il suo canto di sirena impedisce il passaggio dalla fase 2 alla fase 3. (Come a Cuba, sotto certi aspetti). E castra la dialettica.

Ma poi vogliamo parlare del valore formativo del dolore? Tappa obbligata verso la santità. En passant: mi pare che ultimamente ci sia un po’ troppa preoccupazione di rinchiudere bambini e adolescenti in gabbie dorate, fare di tutto per evitarne i traumi, essere genitori modello e rifuggire l’errore come la peste. Così per il bambino è un trauma e una cicatrice esiziale avere due genitori omosessuali, o una madre pornostar, o un padre galeotto per qualche furbizia fiscale. Vengono su tarlati, si dice. E ben venga no? Cosa sarà un bambino vissuto in una bolla di sapone? Un adulto poco interessante, di certo. E’ inutile sforzarsi di evitare l’errore, ché il più delle volte si genera un tarlo anche peggiore. La naturalezza prima di tutto.

La paura del dolore è anche colpa del benessere, credo. Una scena che mi è familiare è l’iPod in riproduzione (più o meno) casuale durante una festa o festicciola o un chillout postfesta o postfesticciola. Parte la canzone non dico triste, ma un po più introspettiva del solito “tunz tunz” (o del pezzo dance anche bello, accattivante melodicamente, ma pur sempre monocorde). Mai capitato di vedere due o tre che si fiondano sull’iPod a cambiare canzone? A me sì diverse volte. Sarà una lettura sempliciotta, ma non ci vedo altro che la paura di mettersi nella condizione di guardarsi dentro e magari scoprire un vuoto. Si va avanti e si ignora quel biscio che a volte vien su per la gola attraverso la pancia, si corre, si fugge. Se ti volti e scorgi che anche tu hai un’ombra… è finita. Un po’ come stare ad un rave party a venti centimetri dalle casse, e ballare e ballare e non volersi mai fermare e sapere che se ti fermi necessariamente tracolli. (Mi spiace il tono da Maria Rita Parsi di quest’ultimo paragrafo, un po’ me ne vergogno, ma non è mica che posso permettermi il lusso di dare una forma decente a questi pensierucci stantii, c’ho altro da fare). In questo la differenza tra me e il ventenne milanese borghesino e nichilista è che lui è in fuga perenne dalla sua nemesi, io invece ci vado a braccietto e mi ci crogiolo (e c’ho pure chiesto l’amicizia su Facebook).

Poi c’è tutto il discorso sull’attimo di felicità, sugli echi che di esso si ripercuotono su uno spirito malinconico, sul credere di aver vinto (col fatalismo) la paura della morte per poi ritrovarsi (dialetticamente) dinnanzi all’atterrimento estetico dato dalla consapevolezza della caducità dell’attimo bello, blabla (con sottili rimandi allo sfrenato edonismo infantile da giocattolo, ah che bei tempi). Magari un’altra volta, ché tante cazzate così tutte d’un fiato nuocciono gravemente alla salute. (Come si chiama la figura retorica con cui si svilisce tutto quello che si dice per l’intimo sospetto che si sia cagato fuori dal vaso? Ecco, di quella non posso proprio farne a meno, nel caso non si fosse notato. E rilevarlo non mi scusa, nossignore! Quanta autoindulgenza).

Goraso, barbiere a domicilio

Goraso era un paesino opulento, un paradiso fiscale da poche migliaia di abitanti. Sommerso dall’acqua fin a livello dei monti. Vedevi barche a vela, villazze sepolte dal mare, altri rottami di civiltà periferica. Era una giornata nuvolosa, e stavo andando a fare un acquisto di 1200 euro per poter restituire al legittimo, recalcitrante proprietario (a) un oggetto preziosamente preso a prestito. Prima ero stato in municipio, per qualche motivo. La mia Punto era inconsuetamente decappottabile, e le gambe mi stavano compresse contro lo sterzo. Ma dove cazzo è la leva del sedile? Procedendo da Goraso verso le mie parti a un tratto il livello dell’acqua precipitava tutt’assieme, una cascata da togliere il respiro, e lasciava spazio ad un verde prima foresta e poi, (scorrendo a mo’ di scena iniziale in Shining), via via tappeto d’erba sintetica. Procedendo invece a sud arrivo oltre Goraso, a ovest, e raggiungo un negozio di vestiti, sorto in luogo della casa dei nonni paterni, a bordo della ferrari bianca di papà. Parcheggio non so dove. Giro e rigiro per l’esterno del negozio, c’è una bella vetrina della levi’s in una stanza di vetro in fondo ad un’arcata esterna. Indeciso se acquistare o meno, decido quindi di non acquistare (del resto mantenendomi fedele all’idea che spendere soldi in vestiti sia un’emerita troiata), ma ecco che tornando al luogo dove ho parcheggiato la macchina (c’era l’orto, una volta, qui) trovo un enorme masso rossastro sopra la mia ferrari, distrutta. (Povero papà, lo diceva lui che era bene non girare col macchinone per non destare invidie, e aveva ragione evidentemente, anche se alla fine come al solito ha ceduto lui). Ma non mi spavento e entro nel bar (non era un negozio di vestiti?) per indagare. Mi sento molto Maigret (ma anche un 1% di Chuck Norris, che è tanto), e il caso è quasi diventato quello di qualcun altro nella mia testa, (benedetto disturbo schizoide). La capocameriera è indaffarata e poco collaborativa. Mi indica tre ragazzi, poco più grandi di me, appena fuori dal bar. Li raggiungo e già fanno gli sbruffoncelli. Mi hanno osservato arrivare e mi sfottono per come guido. (Le manovre in effetti non sono il mio forte). “Oh guarda che ho la patente da solo sei mesi eh” mento io. Fanno i vaghi, ma capisco che c’è il loro zampino, per cui sono risoluto (e lo mostro gonfiandomi). “Anzi, datemi pure i vostri nominativi e mostratemi un documento di identità che ci sentiamo via avvocati, allora”. (constato di fidarmi della giustizia civile! o più semplicemente è una mia sconsideratezza). Noto che sono tutti e tre più alti di me. Il corto, moro, mi mostra una spilletta, pare dell’Inter, col suo nome scritto sopra, minuscolo. Coglione, e io dovrei leggere da qui? Il pacioccone mi mostra un badge di qualche sorta, è il classico “palo”, si fa forte della presenza degli altri due ma singolarmente preso vale zero, ed ha pure un filo di fifa. (anche gli altri due credo, ma in fin dei conti è una gara tra galli – tranne il pacioccone – e ogni timore va mascherato). Il lungo, un biondino riccioluto con la faccia da sberle più clamorosa della storia, esclama ridendo con gli altri (“esclamare”… tipico verbo la cui esistenza è confinata nel magico mondo della narrativa): “Mi chiamo Silvio Vartattak”.

Nephyr

At times… I wonder. Is it really this way?
Is it real?

My father used to tell me: “Things are never as they seem”. I think he was talking about being prudent towards life and strangers… But now… At this age, it seems like these words of wisdom are taking a totally different meaning.
Now they’re like… the symbol of a whole existence…

There are times when my head seems to just… to just break away from my body…
Like my mind belongs to another dimension… Like it longs to it, and wants to come back home…
It’s something like being rocked by some slow and regular tidal waves… Hypnotizing… Like drifting along — drifting away
Reality dissolves itself into watercolour… And then water… And then air…
Dispelling matter…
Everyday people and objects, they just turn into steam… You’re just watching television, having a rest after a hard work day… And then the soul of the things around you starts to unfocus… Like halos projecting themselves up to the ceiling…

Does life matter as much as we usually believe it does? Isn’t it just the waiting room of a nothingness beyond understanding? Isn’t our existence just a mere digression from the middle of nowhere?
We blindingly believe in the appearances and phantoms of the ordinary… Will this take us somewhere better? Is there really something better?

I wanted to stop running around in circles…
And then one day, I finally figured out how to do it…

Riscatto

Il signor V. non aveva dormito tutta la notte.
Ogni mercoledì mattina era svegliato di soprassalto da tre colpi minacciosi, scanditi lentamente alla porta d’ingresso.
Toc. Toc. Toc. Alle sette e mezza.
Talvolta si svegliava pochi minuti prima, tra le sette e un quarto e le sette e venti, grondante sudore e coi nervi a fior di pelle, presagendo quello che di lì a pochi minuti sarebbe successo, dato che succedeva ormai da quattro mesi. Allora sentiva dei passi arrivare, fuori dal suo appartamento; sentiva i tre colpi tuonare alla porta; sentiva un fruscio di carta, e dei passi allontanarsi.

Quella notte, però, non aveva proprio dormito. Si era girato e rigirato tra le lenzuola fradice, gli occhi sbarrati, il cuore a mille. La pistola sul comodino, caricata, senza sicura.

Anche quel mercoledì mattina, sentì dei passi arrivare. Fu colto dal panico. Per un attimo paralizzato, si scrollò il terrore di dosso e si alzò dal letto. Impugnò la pistola. Fece per andare alla porta.

Giunto in corridoio, il terzo colpo alla porta fu dato. Fruscio.
Arrivò alla porta. Si chinò. Le gambe quasi non gli cedettero.
Guardò attraverso lo spioncino.

Un uomo in impermeabile, scuro, stava abbandonando il pianerottolo.

Non aveva mai sentito così chiari i suoi passi allontanarsi.

Una mano alla maniglia, un dito al grilletto. Una fronte pallida, imperlata di sudore.
Solo quando l’uomo fu scomparso dallo spioncino, il signor V. si risolse ad uscire.

Lo seguì per le scale, senza far rumore. Piano dopo piano.
Aspettò che fosse fuori dall’edificio. Lo seguì ancora.

Prima che potesse svicolare, il signor V. si decise.
Puntò la pistola, premette il grilletto. Solo un sibilo di silenziatore.
L’uomo cadde, in mezzo al vialetto. L’impermeabile si tinse di rosso. Il signor V. si voltò e tornò sui suoi passi.

Tornò in casa. Prima di attraversare la porta lasciata aperta, prese qualcosa dalla cassetta della posta.
Entrò e si chiuse la porta alle spalle. Aprì la busta.

Bruciò i ritagli di giornale che componevano il messaggio, e subito si sentì in qualche modo sereno. Bevve un bicchier d’acqua. Tornò a letto, sentendosi un po’ meno miserevole.

(Poi forse, l’indomani, ebbe ad usare un altro proiettile.)

Il santone

La platea era gremita, vibrante d’attesa.
Il santone salì sul palco, sbucando dal nulla del dietro le quinte.
Subito un boato di ossequiosa ammirazione si sollevò da quella lourdes ambulante di splendidi reietti dello spirito, di lebbrosi dentro. Il santone guadagnava decimetri di palco ad ogni passo, ad ogni passo quel mostro di squisita depravazione che è la folla si infervorava. Eccolo raggiungere il pulpito, il microfono, ecco sublimarsi il meraviglioso dell’ignoranza, ecco la merda fatta verbo propagarsi per l’auditorium, ciucciata con quasi libidinosa smania dai voraci veneranti astanti.
- Carissimi, è con animo lieto che vi accolgo così numerosi anche stasera. Continuiamo la nostra avventura nel mondo dell’inconscio tramite la nuovissima scienza di mia invenzione, la psicoemoprassentomologia…
Divini sproloqui di quarantacinque minuti. Gli stolti in delirio estatico, convinti nella loro beata e sacrale demenza di star accedendo alla panacea. A soli tren-ta-eu-ro-ca-da-u-no a serata! Sale una donna sul palco. Un po’ di deliziose pantomime. Lui  deve sbloccarle la psiche, che è congestionata, dice. Le tocca il “Chakra della Radice”, che poi sarebbe un modo esotico di dire: la patata. Favoloso briccone. Lei si irrigidisce. Lui la tocca un po’ anche altrove, poi di nuovo lì. E’ pure vecchia e brutta, mirabile debosciato. Lei si fa intontire, o forse non gradisce più le toccatine (lecito ma sciocco azzardare un rinsavimento dell’ultim’ora), dice che sta già meglio. Lui ammicca ad un’estasiata moltitudine e cerca nuove avvenenti volontarie. Tutte timide, dal pubblico, l’avresti mai detto? Ma che importa: poi nello studio privato ne passeranno a dozzine, di tutte le età di tutti i colori di tutte le sorti ma tutte di un certo tenore economico, giocoforza. Centocinquanta euro a seduta, sedute di un’ora ma ne fa sei o sette contemporaneamente, alternando: due-tre minuti ogni paziente. Diabolica canaglia. Le più ingenue manco a dirlo se le scopa, machiavellico malandrino.
Ah, in fondo alla sala un tavolo pieno di dépliants accatastati. Recitano, tra l’oceano sconfinato di strepitose stronzate, anche questo: Dr. Salvatore Scocca, Eminence Dr. of Psychology negli Stati Uniti, Dr. in Science of Support of the Human Person alla Filomena University di Stanfield, psicologo, psicoterapista, psicoterapeuta, psichiatra e psicotropista alla High Super University of Stoccolma, esperto in chirurgia della ghiandola pineale certificato dal CAZZIR, bla bla bla una sequela di titoli spettacolosi ed immaginifici, autore dei bestseller “Conosci te stesso attraverso la psicoemoprassentomologia”, “Migliora la tua vita in tre semplici passi”, “Ricchi, felici e amati: il percorso verso la realizzazione dell’anima inconscia” e una pletora di altri pilastri della letteratura mondiale.
Può capitarti, perdendoti in questo sconfinato curriculum vitae, di scoprire che la gioconda serata si sia già conclusa, così, in un batter d’occhio. Come vola un’ora e mezza di puttanate, trascorsa “con animo lieto” a rincorrere una qualche dolce illusione da popolino, un qualche provinciale portento. Il dr. Scocca tirerà tardi con una giovine pescata tra il pubblico (ci sono quasi più giovini che vecchi, tra il pubblico!). Pensa bene, il nostro Salvatore: un paio di drink al bar lì vicino, e potrà accedere al Chakra della Radice senza neanche troppe boiate sulla psicoemoprassentomologia.

Antropologia comparata con non-morale e nonmorale

Peregrini spolpati
e paghi ottentoti.

Luccichio luciferino?
Insipida tautologia.

Matriosche di nullità
lor malgrado beffarde.

Presenza

Sfondare la sedia,
sediate alla testa;

assediare una festa sforzesca.
Testate, alla svelta!