
Archive for the 'suggestioni visive' Category
Also Zoidberg. Yes! In your face, Gandhi! No. We’re on the top. We’re rescuing ya. That’s right, baby. I ain’t your loverboy Flexo, the guy you love so much. You even love anyone pretending to be him!
Fry, we have a crate to deliver. A true inspiration for the children. And until then, I can never die?
Dear God, they’ll be killed on our doorstep! And there’s no trash pickup until January 3rd. I’ll get my kit! Why would I want to know that?
Goodbye, cruel world. Goodbye, cruel lamp. Goodbye, cruel velvet drapes, lined with what would appear to be some sort of cruel muslin and the cute little pom-pom curtain pull cords. Cruel though they may be… Kids have names? You guys go on without me! I’m going to go… look for more stuff to steal! Bender, hurry! This fuel’s expensive! [pause] Also, we’re dying!
Son, as your lawyer, I declare y’all are in a 12-piece bucket o’ trouble. But I done struck you a deal: Five hours of community service cleanin’ up that ol’ mess you caused. I’m sure those windmills will keep them cool. What kind of a father would I be if I said no? I’m sorry, guys. I never meant to hurt you. Just to destroy everything you ever believed in. Hello, little man. I will destroy you!
Luce
Colori smontati dal cielo di Eburno.
Ammaina lo spirito il pescator mansueto
temprato
dall’angue del mare in burrasca.
Di soffi e di imbrogli
vocifera il porto da sotto’l gabbano.
Risente del verno la spuma pelagia
che guizza, gorgoglia,
s’ammanta turchina,
vorteggia, salmastra,
s’increspa e si stizza.
Si annusa la legna
che d’aspro sprofonda
da narici, a fremiti, a membra,
l’umido radicale risembra.
Riecheggia un lavorio color dell’ambra,
catene fragorose in moto,
stornire di gabbiani e di gran gente
Cornice dell’idillio che sgretola
e dissolve, prorompente,
la continuità
tra
corpo
e
mente…

Edouard Manet, Il porto di Calais, 1864-'65 circa
Mi piaceva molto, anche se neologismi come “vorteggia” (sembra dialetto romanesco), espressioni come “l’umido radicale risembra” o “da sotto’l gabbano” (per non parlare del titolo…), sinestesie goffe come “riecheggia un lavorio color dell’ambra” sono davvero troppo. Magari un giorno ci rimetterò mano…
Avevamo passato la giornata in spiaggia, a rosolarci per bene tra una partita di beach volley e qualche bagno per rinfrescarsi dall’arsura. Quindi alle sette avevamo fatto armi e bagagli (i materassini non li abbiamo sgonfiati, ché nessuno avrebbe avuto voglia di rigonfiarli daccapo per il sesto giorno consecutivo) e avevamo lasciato in appartamento i borsoni per andare a prendere l’aperitivo al baretto all’angolo della strada — già una piacevole abitudine dopo meno di una settimana. Un cenno alla barista da fuori la porta, per farci notare, e poi a sederci sui tavolini all’aperto. Il sole cominciava a tramontare, la città si tingeva di arancione, le strade cominciavano a gremirsi.
Ci piaceva, a quell’ora, fare un po’ di chillout, stravaccarci sulle sedie di vimini aspettando che arrivassero i Daiquiri, fare le lucertole. Mentre la pelle arrossata sfogava le caldane, chiudevamo gli occhi da dietro gli occhiali da sole e pensavamo, chiacchieravamo, sonnecchiavamo, anche. Anche quella sera stavamo cercando di captare, come lucertole, l’umore dell’aria, della città, della gente, i nostri movimenti erano lenti, rilassati, limitati, ma stavamo perlopiù fermi, annusavamo i dintorni, crogiolandoci nell’atmosfera. Ci dicevamo che era un po’ come fare gli spiedi, che girano lentamente intorno a se stessi, arrostendosi, pacifici. Il baretto era sul lungomare e la brezza cominciava a dare sollievo alle nostre bruciacchiature. Giocavo in bocca con il chewing gum; posavo uno sguardo sbadato e un po’ assorto sulle case e gli altri edifici, piuttosto alti e tutti stipati. Mi suggerivano un che di mediterraneo ma forse poco a ragione, tratto in inganno com’ero dal sole, il quale, da sopra il mare, colorava un po’ tutto di una luce gialla tenue, direi opportuna, che ci avrebbe accompagnato fin dentro la sera.
Era il nostro modo per sbollire i sollazzi di un’intera giornata, un lungo attimo inebriante per spalancare i pori, rifiatare e ritrovarsi. Ricaricarsi il tanto che basta per arrivare ad ammirare l’alba del giorno dopo ancora con gli stessi vestiti addosso, con gli stessi occhi stropicciati dall’abbronzatura e dal sonno.
Una sigaretta, un Daiquiri che si fa attendere, ma alla fin fine arriva. Ancora pochi minuti ad imbiondirci lo spirito. Mi sfilo i Wayfarer, (e non sono nemmeno i miei e non ricordo chi me li ha prestati, ma mi sono innamorato della montatura marrone), i muscoli facciali tendono quasi spontaneamente agli ultimi raggi di sole svogliati, sempre più inclini a tuffarsi nel mare.
- Vamonos?
- Vamos!
Due parole delle quattro o cinque che abbiamo imparato. Ma qual è poi la differenza?
Non ci importa, e ci imbarchiamo per le strade della città aspettando la notte.
Una camicia sgualcita, ormai sgonfia,
si abbarbica floscia alla sedia.
Accomiatatosi, l’ospite ha dunque onorato
la promessa del mai.







