Archive for the 'cose' Category

Meditazioni

*tutto un discorso che mi ero fatto e che mi son dimenticato, anche perché era scaturito dalla frivolezza di una qualche sensazione sulla pelle, e mi pare un certo profumo di Bilboa* , ma qui… Qui ciò di più fresco alle narici (e per lo spirito) è l’umore dei pini quando appena sverna. Un vero piacere, sia chiaro. Ma quale vero piacere può davvero godersi senza il suo opposto?

… Grigiori che coccolo, a cui mi sono assuefatto. Arredi, palliativi a questo labirinto di gelo.

Battute da una sceneggiatura inesistente (ed inesistitura)

- What’s that line from the Bible… “The ways of the Lord are fucking unimaginable”

- I’m sure there’s no such line in the Bible.

- Of course there is! It’s John… 90:2-10… Brilliant episode. It’s when the Madeleine fears she might’ve got HIV from Judas…

- That’s ridiculous! HIV didn’t even exist at that time!

- Good morning Alice in Wonderland, the Bible is A METAPHOR!! Ahh I really do have to explain you everything… It’s a means for God to remind you to always have safe sex. Especially when you go with the bad guys…

Goraso, barbiere a domicilio

Goraso era un paesino opulento, un paradiso fiscale da poche migliaia di abitanti. Sommerso dall’acqua fin a livello dei monti. Vedevi barche a vela, villazze sepolte dal mare, altri rottami di civiltà periferica. Era una giornata nuvolosa, e stavo andando a fare un acquisto di 1200 euro per poter restituire al legittimo, recalcitrante proprietario (a) un oggetto preziosamente preso a prestito. Prima ero stato in municipio, per qualche motivo. La mia Punto era inconsuetamente decappottabile, e le gambe mi stavano compresse contro lo sterzo. Ma dove cazzo è la leva del sedile? Procedendo da Goraso verso le mie parti a un tratto il livello dell’acqua precipitava tutt’assieme, una cascata da togliere il respiro, e lasciava spazio ad un verde prima foresta e poi, (scorrendo a mo’ di scena iniziale in Shining), via via tappeto d’erba sintetica. Procedendo invece a sud arrivo oltre Goraso, a ovest, e raggiungo un negozio di vestiti, sorto in luogo della casa dei nonni paterni, a bordo della ferrari bianca di papà. Parcheggio non so dove. Giro e rigiro per l’esterno del negozio, c’è una bella vetrina della levi’s in una stanza di vetro in fondo ad un’arcata esterna. Indeciso se acquistare o meno, decido quindi di non acquistare (del resto mantenendomi fedele all’idea che spendere soldi in vestiti sia un’emerita troiata), ma ecco che tornando al luogo dove ho parcheggiato la macchina (c’era l’orto, una volta, qui) trovo un enorme masso rossastro sopra la mia ferrari, distrutta. (Povero papà, lo diceva lui che era bene non girare col macchinone per non destare invidie, e aveva ragione evidentemente, anche se alla fine come al solito ha ceduto lui). Ma non mi spavento e entro nel bar (non era un negozio di vestiti?) per indagare. Mi sento molto Maigret (ma anche un 1% di Chuck Norris, che è tanto), e il caso è quasi diventato quello di qualcun altro nella mia testa, (benedetto disturbo schizoide). La capocameriera è indaffarata e poco collaborativa. Mi indica tre ragazzi, poco più grandi di me, appena fuori dal bar. Li raggiungo e già fanno gli sbruffoncelli. Mi hanno osservato arrivare e mi sfottono per come guido. (Le manovre in effetti non sono il mio forte). “Oh guarda che ho la patente da solo sei mesi eh” mento io. Fanno i vaghi, ma capisco che c’è il loro zampino, per cui sono risoluto (e lo mostro gonfiandomi). “Anzi, datemi pure i vostri nominativi e mostratemi un documento di identità che ci sentiamo via avvocati, allora”. (constato di fidarmi della giustizia civile! o più semplicemente è una mia sconsideratezza). Noto che sono tutti e tre più alti di me. Il corto, moro, mi mostra una spilletta, pare dell’Inter, col suo nome scritto sopra, minuscolo. Coglione, e io dovrei leggere da qui? Il pacioccone mi mostra un badge di qualche sorta, è il classico “palo”, si fa forte della presenza degli altri due ma singolarmente preso vale zero, ed ha pure un filo di fifa. (anche gli altri due credo, ma in fin dei conti è una gara tra galli – tranne il pacioccone – e ogni timore va mascherato). Il lungo, un biondino riccioluto con la faccia da sberle più clamorosa della storia, esclama ridendo con gli altri (“esclamare”… tipico verbo la cui esistenza è confinata nel magico mondo della narrativa): “Mi chiamo Silvio Vartattak”.

Nephyr

At times… I wonder. Is it really this way?
Is it real?

My father used to tell me: “Things are never as they seem”. I think he was talking about being prudent towards life and strangers… But now… At this age, it seems like these words of wisdom are taking a totally different meaning.
Now they’re like… the symbol of a whole existence…

There are times when my head seems to just… to just break away from my body…
Like my mind belongs to another dimension… Like it longs to it, and wants to come back home…
It’s something like being rocked by some slow and regular tidal waves… Hypnotizing… Like drifting along — drifting away
Reality dissolves itself into watercolour… And then water… And then air…
Dispelling matter…
Everyday people and objects, they just turn into steam… You’re just watching television, having a rest after a hard work day… And then the soul of the things around you starts to unfocus… Like halos projecting themselves up to the ceiling…

Does life matter as much as we usually believe it does? Isn’t it just the waiting room of a nothingness beyond understanding? Isn’t our existence just a mere digression from the middle of nowhere?
We blindingly believe in the appearances and phantoms of the ordinary… Will this take us somewhere better? Is there really something better?

I wanted to stop running around in circles…
And then one day, I finally figured out how to do it…

Riscatto

Il signor V. non aveva dormito tutta la notte.
Ogni mercoledì mattina era svegliato di soprassalto da tre colpi minacciosi, scanditi lentamente alla porta d’ingresso.
Toc. Toc. Toc. Alle sette e mezza.
Talvolta si svegliava pochi minuti prima, tra le sette e un quarto e le sette e venti, grondante sudore e coi nervi a fior di pelle, presagendo quello che di lì a pochi minuti sarebbe successo, dato che succedeva ormai da quattro mesi. Allora sentiva dei passi arrivare, fuori dal suo appartamento; sentiva i tre colpi tuonare alla porta; sentiva un fruscio di carta, e dei passi allontanarsi.

Quella notte, però, non aveva proprio dormito. Si era girato e rigirato tra le lenzuola fradice, gli occhi sbarrati, il cuore a mille. La pistola sul comodino, caricata, senza sicura.

Anche quel mercoledì mattina, sentì dei passi arrivare. Fu colto dal panico. Per un attimo paralizzato, si scrollò il terrore di dosso e si alzò dal letto. Impugnò la pistola. Fece per andare alla porta.

Giunto in corridoio, il terzo colpo alla porta fu dato. Fruscio.
Arrivò alla porta. Si chinò. Le gambe quasi non gli cedettero.
Guardò attraverso lo spioncino.

Un uomo in impermeabile, scuro, stava abbandonando il pianerottolo.

Non aveva mai sentito così chiari i suoi passi allontanarsi.

Una mano alla maniglia, un dito al grilletto. Una fronte pallida, imperlata di sudore.
Solo quando l’uomo fu scomparso dallo spioncino, il signor V. si risolse ad uscire.

Lo seguì per le scale, senza far rumore. Piano dopo piano.
Aspettò che fosse fuori dall’edificio. Lo seguì ancora.

Prima che potesse svicolare, il signor V. si decise.
Puntò la pistola, premette il grilletto. Solo un sibilo di silenziatore.
L’uomo cadde, in mezzo al vialetto. L’impermeabile si tinse di rosso. Il signor V. si voltò e tornò sui suoi passi.

Tornò in casa. Prima di attraversare la porta lasciata aperta, prese qualcosa dalla cassetta della posta.
Entrò e si chiuse la porta alle spalle. Aprì la busta.

Bruciò i ritagli di giornale che componevano il messaggio, e subito si sentì in qualche modo sereno. Bevve un bicchier d’acqua. Tornò a letto, sentendosi un po’ meno miserevole.

(Poi forse, l’indomani, ebbe ad usare un altro proiettile.)

Il santone

La platea era gremita, vibrante d’attesa.
Il santone salì sul palco, sbucando dal nulla del dietro le quinte.
Subito un boato di ossequiosa ammirazione si sollevò da quella lourdes ambulante di splendidi reietti dello spirito, di lebbrosi dentro. Il santone guadagnava decimetri di palco ad ogni passo, ad ogni passo quel mostro di squisita depravazione che è la folla si infervorava. Eccolo raggiungere il pulpito, il microfono, ecco sublimarsi il meraviglioso dell’ignoranza, ecco la merda fatta verbo propagarsi per l’auditorium, ciucciata con quasi libidinosa smania dai voraci veneranti astanti.
- Carissimi, è con animo lieto che vi accolgo così numerosi anche stasera. Continuiamo la nostra avventura nel mondo dell’inconscio tramite la nuovissima scienza di mia invenzione, la psicoemoprassentomologia…
Divini sproloqui di quarantacinque minuti. Gli stolti in delirio estatico, convinti nella loro beata e sacrale demenza di star accedendo alla panacea. A soli tren-ta-eu-ro-ca-da-u-no a serata! Sale una donna sul palco. Un po’ di deliziose pantomime. Lui  deve sbloccarle la psiche, che è congestionata, dice. Le tocca il “Chakra della Radice”, che poi sarebbe un modo esotico di dire: la patata. Favoloso briccone. Lei si irrigidisce. Lui la tocca un po’ anche altrove, poi di nuovo lì. E’ pure vecchia e brutta, mirabile debosciato. Lei si fa intontire, o forse non gradisce più le toccatine (lecito ma sciocco azzardare un rinsavimento dell’ultim’ora), dice che sta già meglio. Lui ammicca ad un’estasiata moltitudine e cerca nuove avvenenti volontarie. Tutte timide, dal pubblico, l’avresti mai detto? Ma che importa: poi nello studio privato ne passeranno a dozzine, di tutte le età di tutti i colori di tutte le sorti ma tutte di un certo tenore economico, giocoforza. Centocinquanta euro a seduta, sedute di un’ora ma ne fa sei o sette contemporaneamente, alternando: due-tre minuti ogni paziente. Diabolica canaglia. Le più ingenue manco a dirlo se le scopa, machiavellico malandrino.
Ah, in fondo alla sala un tavolo pieno di dépliants accatastati. Recitano, tra l’oceano sconfinato di strepitose stronzate, anche questo: Dr. Salvatore Scocca, Eminence Dr. of Psychology negli Stati Uniti, Dr. in Science of Support of the Human Person alla Filomena University di Stanfield, psicologo, psicoterapista, psicoterapeuta, psichiatra e psicotropista alla High Super University of Stoccolma, esperto in chirurgia della ghiandola pineale certificato dal CAZZIR, bla bla bla una sequela di titoli spettacolosi ed immaginifici, autore dei bestseller “Conosci te stesso attraverso la psicoemoprassentomologia”, “Migliora la tua vita in tre semplici passi”, “Ricchi, felici e amati: il percorso verso la realizzazione dell’anima inconscia” e una pletora di altri pilastri della letteratura mondiale.
Può capitarti, perdendoti in questo sconfinato curriculum vitae, di scoprire che la gioconda serata si sia già conclusa, così, in un batter d’occhio. Come vola un’ora e mezza di puttanate, trascorsa “con animo lieto” a rincorrere una qualche dolce illusione da popolino, un qualche provinciale portento. Il dr. Scocca tirerà tardi con una giovine pescata tra il pubblico (ci sono quasi più giovini che vecchi, tra il pubblico!). Pensa bene, il nostro Salvatore: un paio di drink al bar lì vicino, e potrà accedere al Chakra della Radice senza neanche troppe boiate sulla psicoemoprassentomologia.

Antropologia comparata con non-morale e nonmorale

Peregrini spolpati
e paghi ottentoti.

Luccichio luciferino?
Insipida tautologia.

Matriosche di nullità
lor malgrado beffarde.

Presenza

Sfondare la sedia,
sediate alla testa;

assediare una festa sforzesca.
Testate, alla svelta!

Sottomissione

Nelle strade della città c’è il mio amore. Poco importa dove va nel tempo della separazione. Non è più il mio amore, chiunque può parlargli. Non si ricorda più di chi nel modo giusto l’amò?

Egli cerca il suo simile nella brama degli sguardi. Lo spazio che percorre è la mia fedeltà. Disegna la speranza e tenue la respinge. S’impone su tutto senza prendervi parte.

Io vivo in fondo a lui come un felice relitto . A sua insaputa, la sua solitudine è il mio tesoro. Nel gran meridiano ove s’inscrive il suo volo, la mia libertà lo disvela.

Nelle strade della città c’è il mio amore. Poco importa dove va nel tempo della separazione. Non è più il mio amore, chiunque può parlargli. Non si ricorda più di chi nel modo giusto l’ amò e da lontano lo illumina affinché non cada?

René Char

Rush surreale

La bambina era ormai spiritata. La ficchiamo in macchina, morde mio cugino sopra il polso, urla “Cazzo!”. Il cielo grigio, nuvoloso, ci lasciamo alle spalle la villetta di mia zia, mi metto alla guida, andiamo verso il passaggio a livello. Mio cugino si siede davanti con me, o forse dietro con la sua sorellastra indemoniata. Lei quasi vomita verde, dice “Voglio andare a…” un posto che non ricordo. Io mi ci dirigo di corsa, lei nel frattempo comincia a parlare senza senso, o a rivelare sensi reconditi che un povero cretino che si sta letteralmente cagando in mano dalla paura e dai nervi a fior di pelle mentre guida non ha tempo barra modo di interpretare. La prozia cadavere sul sedile posteriore mugugna una roba incomprensibile. La mocciosa dice di sapere che dice. Decifra un messaggio in cui la vecchia si lamenta di noi giovani, del nostro sbadato vivere esteticamente, e profetizza merda per tutti. Mio cugino lì, è sempre stato un tantino più idiota e lesso del normale però sempre un buontempone, un buon compagno di avventure, anche lui se la fa addosso, non sappiamo come gestire la situazione. Mi soffocano gli interni in pelle di daino della macchina, non è manco mia, non so manco guidarla, che cesso di macchina. Io sta situazione l’avevo sognata, non ricordo però se assecondavo o non assecondavo la mocciosa, che si fa più diabolica ad ogni secondo. Folle. A un certo punto no cazzo, appena girato l’angolo dietro il passaggio a livello approfitto di un parcheggio e tento un’inversione di marcia. A lei non va mica bene. Tira fuori una pistola me la punta alla giugulare. Spara. Porca troia è così che ci si sente? E’ così che doveva finire? No per la verità non finisce niente, non sento niente. Come prima.
Però mi tocco il collo e che diamine, il buco del proiettile c’è, bello grosso.