Pioveva, e piovevan negli occhi del triste esattore goccette cerulee di un cielo impigrito, un po’ mogio, scolpendo nell’aria, frattanto, l’omino boccate ingrigite di fumo di pipa, disposte in concentrici cerchi, con sguardo imbronciato. Scandiva lo spazio di trenta gradini, di pietra o di marmo, con passo adombrato, giungeva fin l’uscio di un mesto villino, diresti deserto, girando la testa ogni tanto, non proprio di scatto, con fare inconsueto e il suo strano pallore nel volto, fugando del tutto insperati sospetti di vita nel mondo (ché tanto, io chioso, se mi si concede, che pure l’avercela accanto non serve, se solo l’innato sentore di questa ti insegue, ma mai si concreta, vietandoti di ravvisarla. Di questo, l’ometto, ne aveva un pochino coscienza). Aduso a spazzare, coi suoi mocassini insozzati di fango e fogliame marcito a costante portata di piedi, le stradesolate di un borgo in campagna, pur sempre adempiendo all’infausto dovere con stoico coraggio nei giorni più impervi, il tristo esattore menava il suo buffo sedere (e uno spirito alquanto accigliato) per case e per porte, passando al rastrello la lesina estrema dei nullatenenti e cavandone, mago dei maghi, pecunia “non olet“, di cui lui medesimo ambiva soltanto a una minima parte: ai suoi superiori il più lauto restante. Con animo sempre più incerto (l’olezzo non era nel soldo, ma nel rumoroso difetto di senso), l’ometto anche il trenta settembre passava in rassegna le quattro casette di Via delle Felci, arrestava il suo passo di fronte a Magione Castoldi e provava, saliti quei trenta gradini, di pietra o di marmo, con passo adombrato, a trovare il coraggio di alzare il ditozzo tornito e suonare così il campanello, con tale prurito di fare che quasi sembrava dovesser le tasse riscuotere il cupo omicciolo, e non già il contrario. Ma suona e risuona, nessuno voleva dar segni di vita da dentro quel mesto villino, sicché l’omicciolo facendo di punta e di tacco due gracili perni e così dondolando su quattro piastrelle di pietra o di marmo, in accordo col vento, si mise fischiando a raspare, l’ennesima volta, da un fondo di santa pazienza cercando motivi, seppure banali, per fargli passare più rapido il tempo (perché l’intenzione era quella di andarsene solo a concluso dovere, tant’era devoto al suo fiacco mestiere), chessò, rigirandosi i pollici, oppure passando le dita polpute un po’ ovunque per poi soffiar via con riguardo la polvere depositatasi sui polpastrelli.
Passarono un’ora e quaranta minuti, e l’omino paffuto alla fin si convinse che forse non c’era davvero nessuno al di là di quei trenta gradini, di pietra o di marmo, che tanta fatica era occorsa per far la scalata. Sperando quell’ultimo istante che forse una luce potesse destare, da dentro quel mesto villino, sopite speranze di un qualche (“estremissimo”) riscuotimento, si arrese e decise che avrebbe tentato di nuovo il mattino seguente.
Abulicamente vivendosi, a mezze boccate ed esangui sospiri, la calma apparente di grigie boccate di fumo di pipa ingombrante difetto di senso prurito di fare annoiata routine e calvizie incipiente…