Archive for the 'suggestioni sonore' Category

Nephyr

At times… I wonder. Is it really this way?
Is it real?

My father used to tell me: “Things are never as they seem”. I think he was talking about being prudent towards life and strangers… But now… At this age, it seems like these words of wisdom are taking a totally different meaning.
Now they’re like… the symbol of a whole existence…

There are times when my head seems to just… to just break away from my body…
Like my mind belongs to another dimension… Like it longs to it, and wants to come back home…
It’s something like being rocked by some slow and regular tidal waves… Hypnotizing… Like drifting along — drifting away
Reality dissolves itself into watercolour… And then water… And then air…
Dispelling matter…
Everyday people and objects, they just turn into steam… You’re just watching television, having a rest after a hard work day… And then the soul of the things around you starts to unfocus… Like halos projecting themselves up to the ceiling…

Does life matter as much as we usually believe it does? Isn’t it just the waiting room of a nothingness beyond understanding? Isn’t our existence just a mere digression from the middle of nowhere?
We blindingly believe in the appearances and phantoms of the ordinary… Will this take us somewhere better? Is there really something better?

I wanted to stop running around in circles…
And then one day, I finally figured out how to do it…

Regina Spektor – Laughing With

No one laughs at God when the doctor calls after some routine tests
No one´s laughing at God when it´s gotten real late
And their kid’s not back from the party yet
No one laughs at God when their airplane starts to uncontrollably shake
No one´s laughing at God when they see the one they love
Hand in hand with someone else and they hope they´re mistaken

Laughing With


Esattore

Pioveva, e piovevan negli occhi del triste esattore goccette cerulee di un cielo impigrito, un po’ mogio, scolpendo nell’aria, frattanto, l’omino boccate ingrigite di fumo di pipa, disposte in concentrici cerchi, con sguardo imbronciato. Scandiva lo spazio di trenta gradini, di pietra o di marmo, con passo adombrato, giungeva fin l’uscio di un mesto villino, diresti deserto, girando la testa ogni tanto, non proprio di scatto, con fare inconsueto e il suo strano pallore nel volto, fugando del tutto insperati sospetti di vita nel mondo (ché tanto, io chioso, se mi si concede, che pure l’avercela accanto non serve, se solo l’innato sentore di questa ti insegue, ma mai si concreta, vietandoti di ravvisarla. Di questo, l’ometto, ne aveva un pochino coscienza). Aduso a spazzare, coi suoi mocassini insozzati di fango e fogliame marcito a costante portata di piedi, le stradesolate di un borgo in campagna, pur sempre adempiendo all’infausto dovere con stoico coraggio nei giorni più impervi, il tristo esattore menava il suo buffo sedere (e uno spirito alquanto accigliato) per case e per porte, passando al rastrello la lesina estrema dei nullatenenti e cavandone, mago dei maghi, pecunia “non olet“, di cui lui medesimo ambiva soltanto a una minima parte: ai suoi superiori il più lauto restante. Con animo sempre più incerto (l’olezzo non era nel soldo, ma nel rumoroso difetto di senso), l’ometto anche il trenta settembre passava in rassegna le quattro casette di Via delle Felci, arrestava il suo passo di fronte a Magione Castoldi e provava, saliti quei trenta gradini, di pietra o di marmo, con passo adombrato, a trovare il coraggio di alzare il ditozzo tornito e suonare così il campanello, con tale prurito di fare che quasi sembrava dovesser le tasse riscuotere il cupo omicciolo, e non già il contrario. Ma suona e risuona, nessuno voleva dar segni di vita da dentro quel mesto villino, sicché l’omicciolo facendo di punta e di tacco due gracili perni e così dondolando su quattro piastrelle di pietra o di marmo, in accordo col vento, si mise fischiando a raspare, l’ennesima volta, da un fondo di santa pazienza cercando motivi, seppure banali, per fargli passare più rapido il tempo (perché l’intenzione era quella di andarsene solo a concluso dovere, tant’era devoto al suo fiacco mestiere), chessò, rigirandosi i pollici, oppure passando le dita polpute un po’ ovunque per poi soffiar via con riguardo la polvere depositatasi sui polpastrelli.
Passarono un’ora e quaranta minuti, e l’omino paffuto alla fin si convinse che forse non c’era davvero nessuno al di là di quei trenta gradini, di pietra o di marmo, che tanta fatica era occorsa per far la scalata. Sperando quell’ultimo istante che forse una luce potesse destare, da dentro quel mesto villino, sopite speranze di un qualche (“estremissimo”) riscuotimento, si arrese e decise che avrebbe tentato di nuovo il mattino seguente.
Abulicamente vivendosi, a mezze boccate ed esangui sospiri, la calma apparente di grigie boccate di fumo di pipa ingombrante difetto di senso prurito di fare annoiata routine e calvizie incipiente…

Aperitivo

Avevamo passato la giornata in spiaggia, a rosolarci per bene tra una partita di beach volley e qualche bagno per rinfrescarsi dall’arsura. Quindi alle sette avevamo fatto armi e bagagli (i materassini non li abbiamo sgonfiati, ché nessuno avrebbe avuto voglia di rigonfiarli daccapo per il sesto giorno consecutivo) e avevamo lasciato in appartamento i borsoni per andare a prendere l’aperitivo al baretto all’angolo della strada già una piacevole abitudine dopo meno di una settimana. Un cenno alla barista da fuori la porta,  per farci notare, e poi a sederci sui tavolini all’aperto. Il sole cominciava a tramontare, la città si tingeva di arancione, le strade cominciavano a gremirsi.
Ci piaceva, a quell’ora, fare un po’ di chillout, stravaccarci sulle sedie di vimini aspettando che arrivassero i Daiquiri, fare le lucertole. Mentre la pelle arrossata sfogava le caldane, chiudevamo gli occhi da dietro gli occhiali da sole e pensavamo, chiacchieravamo, sonnecchiavamo, anche. Anche quella sera stavamo cercando di captare, come lucertole, l’umore dell’aria, della città, della gente, i nostri movimenti erano lenti, rilassati, limitati, ma stavamo perlopiù fermi, annusavamo i dintorni, crogiolandoci nell’atmosfera. Ci dicevamo che era un po’ come fare gli spiedi, che girano lentamente intorno a se stessi, arrostendosi, pacifici. Il baretto era sul lungomare e la brezza cominciava a dare sollievo alle nostre bruciacchiature. Giocavo in bocca con il chewing gum; posavo uno sguardo sbadato e un po’ assorto sulle case e gli altri edifici, piuttosto alti e tutti stipati. Mi suggerivano un che di mediterraneo ma forse poco a ragione, tratto in inganno com’ero dal sole, il quale, da sopra il mare, colorava un po’ tutto di una luce gialla tenue, direi opportuna, che ci avrebbe accompagnato fin dentro la sera.
Era il nostro modo per sbollire i sollazzi di un’intera giornata, un lungo attimo inebriante per spalancare i pori, rifiatare e ritrovarsi. Ricaricarsi il tanto che basta per arrivare ad ammirare l’alba del giorno dopo ancora con gli stessi vestiti addosso, con gli stessi occhi stropicciati dall’abbronzatura e dal sonno.
Una sigaretta, un Daiquiri che si fa attendere, ma alla fin fine arriva. Ancora pochi minuti ad imbiondirci lo spirito. Mi sfilo i Wayfarer, (e non sono nemmeno i miei e non ricordo chi me li ha prestati, ma mi sono innamorato della montatura marrone), i muscoli facciali tendono quasi spontaneamente agli ultimi raggi di sole svogliati, sempre più inclini a tuffarsi nel mare.
- Vamonos?
- Vamos!
Due parole delle quattro o cinque che abbiamo imparato. Ma qual è poi la differenza?
Non ci importa, e ci imbarchiamo per le strade della città aspettando la notte.