Archive for the 'riflessioni' Category

E’ così

Uno pensa che dopo una gioventù misera ed iniqua debba seguire di necessità un’età adulta ricca e di successo. E’ che te lo insegnano Hollywood e la tivù, ma è sbagliato. Dopo una gioventù misera ed iniqua segue al più, statisticamente, un’età adulta grigia e mediocre.

Temo di aver preso i funghi.

E poi c’è una cosa che ho realizzato poco fa: è pieno di bimbi e preadolescenti paffutelli che crescendo si asciugano e diventano bei figlioli! Che bello dev’essere fare una simile trasformazione, e che belle persone devono venirne fuori.

Bah!

Dialetticamente: lo zotico è fatalista. E questo è bene. L’uomo di mondo ha manie di protagonismo e crede di potersi plasmare un destino. E questo è male! Il vero saggio ridiventa fatalista. E questo è ancora meglio di prima.

C’è da chiedersi come la mia bisnonna abbia retto la morte di dieci figli e la miseria e la carestia? Tanta beata ignoranza e quell’istinto primordiale di sopravvivenza, quell’uncino ancorato saldamente alla vita che qualcuno pensò bene di condire col concetto di “Provvidenza”. Tra l’altro sono dell’idea che esista una linea-zero della felicità, proprio biologicamente, e che tutti, bene o male, dalla bambina africana magra magra e infibulata al ventenne milanese borghesino e nichilista, ruotiamo intorno a quest’asse. Pardon, che tutti bene o male blabla ruotiate intorno a quest’asse. Io mi ascrivo ad un’altra categoria, se permettete (la banca xe mia, cara voce fuoricampo): quella dei malinconici piagati che fisiologicamente, per questo o quell’altro fattore ambientale, si situano una decina o ventina di tacche al di sotto (all’equilibrio). In totale contraddizione (ma anche no) con questa mia teoria, credo che il benessere – storicamente – faccia male, crei uomini e donne di mondo (e di strada) con notevoli gatte esistenziali da pelare e tanta infelicità. Purtroppo elargisce gli strumenti per passare dalla fase 1 alla fase 2 con grande generosità e facilità, ma dispoticamente il suo canto di sirena impedisce il passaggio dalla fase 2 alla fase 3. (Come a Cuba, sotto certi aspetti). E castra la dialettica.

Ma poi vogliamo parlare del valore formativo del dolore? Tappa obbligata verso la santità. En passant: mi pare che ultimamente ci sia un po’ troppa preoccupazione di rinchiudere bambini e adolescenti in gabbie dorate, fare di tutto per evitarne i traumi, essere genitori modello e rifuggire l’errore come la peste. Così per il bambino è un trauma e una cicatrice esiziale avere due genitori omosessuali, o una madre pornostar, o un padre galeotto per qualche furbizia fiscale. Vengono su tarlati, si dice. E ben venga no? Cosa sarà un bambino vissuto in una bolla di sapone? Un adulto poco interessante, di certo. E’ inutile sforzarsi di evitare l’errore, ché il più delle volte si genera un tarlo anche peggiore. La naturalezza prima di tutto.

La paura del dolore è anche colpa del benessere, credo. Una scena che mi è familiare è l’iPod in riproduzione (più o meno) casuale durante una festa o festicciola o un chillout postfesta o postfesticciola. Parte la canzone non dico triste, ma un po più introspettiva del solito “tunz tunz” (o del pezzo dance anche bello, accattivante melodicamente, ma pur sempre monocorde). Mai capitato di vedere due o tre che si fiondano sull’iPod a cambiare canzone? A me sì diverse volte. Sarà una lettura sempliciotta, ma non ci vedo altro che la paura di mettersi nella condizione di guardarsi dentro e magari scoprire un vuoto. Si va avanti e si ignora quel biscio che a volte vien su per la gola attraverso la pancia, si corre, si fugge. Se ti volti e scorgi che anche tu hai un’ombra… è finita. Un po’ come stare ad un rave party a venti centimetri dalle casse, e ballare e ballare e non volersi mai fermare e sapere che se ti fermi necessariamente tracolli. (Mi spiace il tono da Maria Rita Parsi di quest’ultimo paragrafo, un po’ me ne vergogno, ma non è mica che posso permettermi il lusso di dare una forma decente a questi pensierucci stantii, c’ho altro da fare). In questo la differenza tra me e il ventenne milanese borghesino e nichilista è che lui è in fuga perenne dalla sua nemesi, io invece ci vado a braccietto e mi ci crogiolo (e c’ho pure chiesto l’amicizia su Facebook).

Poi c’è tutto il discorso sull’attimo di felicità, sugli echi che di esso si ripercuotono su uno spirito malinconico, sul credere di aver vinto (col fatalismo) la paura della morte per poi ritrovarsi (dialetticamente) dinnanzi all’atterrimento estetico dato dalla consapevolezza della caducità dell’attimo bello, blabla (con sottili rimandi allo sfrenato edonismo infantile da giocattolo, ah che bei tempi). Magari un’altra volta, ché tante cazzate così tutte d’un fiato nuocciono gravemente alla salute. (Come si chiama la figura retorica con cui si svilisce tutto quello che si dice per l’intimo sospetto che si sia cagato fuori dal vaso? Ecco, di quella non posso proprio farne a meno, nel caso non si fosse notato. E rilevarlo non mi scusa, nossignore! Quanta autoindulgenza).

To-do list

Ho deciso di combattere l’ultima, epica e decisiva battaglia contro Pigrizia: per farlo mi avvarrò di una lista di cose da fare, confidando che si possa rivelare un’arma letale contro Accidia mortal nimica. I punti della lista saranno aggiunti man mano che vengono alla mente; appena possibile (formula non vuota e vanificatrice di tutto lo sforzo, ma dettata – stavolta – da un impedimento logistico concreto e contingente che si risolverà necessariamente tra una ventina di giorni) si incomincerà col “regime d’azione”, ovvero non potrà esistere momento della giornata dedicato all’ozio-per-l’ozio, bensì ogni qualvolta esso si presenti dovrò impugnare la mia moleskine e semplicemente agire. L’ordine in cui compiere le determinate azioni sarà dettato dall’ordine in cui esse sono appuntate sull’agendina, giacché la gerarchia delle azioni disposte in ordine di importanza tende a coincidere con l’ordine con cui esse sovvengono alla mente e sono dunque trascritte sull’agendina medesima, e comunque è necessario che il regime d’azione sia regolamentato da un ordine eteronomo, non soggetto all’arbitrio di un animo oramai corroso da indicibile Inettitudine, oltraggiosa Abulia e scandalosa Poltronaggine.
E’ ufficiale: Siamo in Guerra.

Scontentezze metafisiche o metafisica della scontentezza

- Cosa ti manca per essere felice?

- Solamente la felicità.

Un pensiero.

Il vero irreligioso è chi non ha mai rinnegato i suoi dei per almeno una volta.

Sul neoclassico

Ci vedo qualcosa di antropologico, nella quantità di imballaggi dei prodotti al supermercato: si noti che è inversamente proporzionale al livello di confezionamento dell’uomo di oggi. Rimpiango i tempi (che mai ho vissuto) quando eravamo tutti un po’ meno sboccati, un po’ più vascolarizzati alle guance, quando la discretezza era un’equazione ancora inserita nel sistema dei rapporti interpersonali. Quanto è bella la sobrietà? L’uomo classico aveva la pelle perfetta; l’uomo romantico una ferita profonda, sangue che cola, uno schifo impressionante, urla fastidiose udibili a chilometri di distanza, un rantolare continuo; all’uomo neoclassico rimane una cicatrice, pure gradevole esteticamente. O per dirla in un altro modo: di una banconota controluce ci si può perdere ad osservare i riflessi e i luccichii fluorescenti della filigrana; un lingotto controluce oscura il sole, è pesante da tenere in mano, buono solo al monte dei pegni o dall’orefice, che ne fa, si noti, qualcosa di molto più etereo e gradevole. Dovrebbe passare più aria, ultimamente, tra le maglie dell’umano. Puzziamo un po’ tutti di sudore. Accusarono Ravel che il suo Tombeau de Couperin fosse fin troppo leggero, per essere dedicato a dei morti di guerra. Lui rispose dicendo che era già fin troppo pesante la morte, figuriamoci a lagnarsi con una marcia funebre di chopiniana memoria. Questa era la risposta per far tacere i sempliciotti; in realtà da quei piccoli pezzi pianistici traspare un senso di morte vertiginosamente evoluto, ma pienamente introiettato in forme terse e armoniosi giochi di luce e d’acqua. Carezze che vogliono dire molto. Si proclamava classico, che nella prospettiva della contemporaneità può essere sinonimo di neoclassico. Amava, come molti della sua cricca, la forma che filtra, mitiga, stempera e codifica, restituendo un piccolo cristallo in cui, se sei neoclassico anche tu, puoi vedere il mondo riflettersi e rifrangersi infinite volte. L’arte classica non è che non abbia emozioni, è che le impacchetta, ha il senso del regalo, insomma. Spacchettatele tu nella tua testa, se ne sei capace e non sei abbastanza ottuso da voler la pappa pronta, sempre a tutti i costi. Testa romantica. Il neoclassico e il malinconico la smettono di fare gli eroi tragici, si armano di ironia e di buone maniere. Hanno capito a cosa servono. Interiorizzano tutto, dentro di loro ci sono milioni di big-bang implosivi che creano ogni istante milioni di mondi diversi, e di questi grandiosi istanti zero, negativi e generativi allo stesso tempo, tu non vedi che un bagliore balenare nei loro occhi. E nemmeno ci tengono a farti sapere di più di questo.
Ché loro son sobri, non edere ma rari fiori d’altura.

Pensieri

Uno di giorno tenta di tutto per dimenticarsi, per deschiavizzarsi, per volare basso, e abbassare lo sguardo… e poi ti coglie di notte un sogno qualsiasi, un banale sogno, una qualche utopica proiezione in stile Gondry, a ripiombarti nell’impossibile dolcezza di un illusorio panorama da cui hai cercato, con ogni tua forza, di dissuaderti. Tiri mancini e combutte fatali di una mente beffarda e di un riottoso cuore d’Icaro…

***

Ci sono giorni che il destino ti bussa con veemenza dentro, tanto che ne senti il senso rimbombare tra le membra. Allora ogni oroscopo un vaticinio, ogni fondo di caffè merita attenzione, ogni bazzecola un segno divino, e t’immagini attore fatale di una greca tragedia… ma col presentimento (magari immotivato) di un lieto fine.

***

Ogni malinconico è un oltreuomo chiamato a cospetto dei fatti a forza di sonori schiaffoni.

***

Ché alla fine, a parlare di caso, mi si fa la figura di preti cialtroni.

***

Oggi, controllando la posta, ho aperto una busta. Cominciava: “Egregio signore…” – mai parole più azzeccate, da qualcuno che nemmeno ti conosce! Mi son detto “Questo qui si merita la mia attenzione”. E gliel’ho conceduta.
Devo dire, tenuto conto di tutto, che nonostante il brillante esordio forse è stato tempo sprecato.
Non ho bisogno di sofisticate aspirapolveri.