Monthly Archive for maggio, 2009

Regina Spektor – Laughing With

No one laughs at God when the doctor calls after some routine tests
No one´s laughing at God when it´s gotten real late
And their kid’s not back from the party yet
No one laughs at God when their airplane starts to uncontrollably shake
No one´s laughing at God when they see the one they love
Hand in hand with someone else and they hope they´re mistaken

Laughing With


Sul neoclassico

Ci vedo qualcosa di antropologico, nella quantità di imballaggi dei prodotti al supermercato: si noti che è inversamente proporzionale al livello di confezionamento dell’uomo di oggi. Rimpiango i tempi (che mai ho vissuto) quando eravamo tutti un po’ meno sboccati, un po’ più vascolarizzati alle guance, quando la discretezza era un’equazione ancora inserita nel sistema dei rapporti interpersonali. Quanto è bella la sobrietà? L’uomo classico aveva la pelle perfetta; l’uomo romantico una ferita profonda, sangue che cola, uno schifo impressionante, urla fastidiose udibili a chilometri di distanza, un rantolare continuo; all’uomo neoclassico rimane una cicatrice, pure gradevole esteticamente. O per dirla in un altro modo: di una banconota controluce ci si può perdere ad osservare i riflessi e i luccichii fluorescenti della filigrana; un lingotto controluce oscura il sole, è pesante da tenere in mano, buono solo al monte dei pegni o dall’orefice, che ne fa, si noti, qualcosa di molto più etereo e gradevole. Dovrebbe passare più aria, ultimamente, tra le maglie dell’umano. Puzziamo un po’ tutti di sudore. Accusarono Ravel che il suo Tombeau de Couperin fosse fin troppo leggero, per essere dedicato a dei morti di guerra. Lui rispose dicendo che era già fin troppo pesante la morte, figuriamoci a lagnarsi con una marcia funebre di chopiniana memoria. Questa era la risposta per far tacere i sempliciotti; in realtà da quei piccoli pezzi pianistici traspare un senso di morte vertiginosamente evoluto, ma pienamente introiettato in forme terse e armoniosi giochi di luce e d’acqua. Carezze che vogliono dire molto. Si proclamava classico, che nella prospettiva della contemporaneità può essere sinonimo di neoclassico. Amava, come molti della sua cricca, la forma che filtra, mitiga, stempera e codifica, restituendo un piccolo cristallo in cui, se sei neoclassico anche tu, puoi vedere il mondo riflettersi e rifrangersi infinite volte. L’arte classica non è che non abbia emozioni, è che le impacchetta, ha il senso del regalo, insomma. Spacchettatele tu nella tua testa, se ne sei capace e non sei abbastanza ottuso da voler la pappa pronta, sempre a tutti i costi. Testa romantica. Il neoclassico e il malinconico la smettono di fare gli eroi tragici, si armano di ironia e di buone maniere. Hanno capito a cosa servono. Interiorizzano tutto, dentro di loro ci sono milioni di big-bang implosivi che creano ogni istante milioni di mondi diversi, e di questi grandiosi istanti zero, negativi e generativi allo stesso tempo, tu non vedi che un bagliore balenare nei loro occhi. E nemmeno ci tengono a farti sapere di più di questo.
Ché loro son sobri, non edere ma rari fiori d’altura.

Pensieri

Uno di giorno tenta di tutto per dimenticarsi, per deschiavizzarsi, per volare basso, e abbassare lo sguardo… e poi ti coglie di notte un sogno qualsiasi, un banale sogno, una qualche utopica proiezione in stile Gondry, a ripiombarti nell’impossibile dolcezza di un illusorio panorama da cui hai cercato, con ogni tua forza, di dissuaderti. Tiri mancini e combutte fatali di una mente beffarda e di un riottoso cuore d’Icaro…

***

Ci sono giorni che il destino ti bussa con veemenza dentro, tanto che ne senti il senso rimbombare tra le membra. Allora ogni oroscopo un vaticinio, ogni fondo di caffè merita attenzione, ogni bazzecola un segno divino, e t’immagini attore fatale di una greca tragedia… ma col presentimento (magari immotivato) di un lieto fine.

***

Ogni malinconico è un oltreuomo chiamato a cospetto dei fatti a forza di sonori schiaffoni.

***

Ché alla fine, a parlare di caso, mi si fa la figura di preti cialtroni.

***

Oggi, controllando la posta, ho aperto una busta. Cominciava: “Egregio signore…” – mai parole più azzeccate, da qualcuno che nemmeno ti conosce! Mi son detto “Questo qui si merita la mia attenzione”. E gliel’ho conceduta.
Devo dire, tenuto conto di tutto, che nonostante il brillante esordio forse è stato tempo sprecato.
Non ho bisogno di sofisticate aspirapolveri.

Telegramma dal gerontocomio


Ma quando cazzo
Vigneti e sole
Piante finte
Quadri di Cristo
Quadri di cristo
Fiori di carta velina
L’acquario
Centro dell’attenzione
“Voglio andare a casa”
Mezz’ora per riconoscermi
Troie puttane Alice ha paura
Maglione sui piedi
Chi si produce in un buffo rap
Quadri della Madonna
Occhiali bianchi très chic
Sparagli in bocca, che la tiene spalancata
Imboccare
Tovagliolo coi segni zodiacali
fhtephtefhte
L’occhio di Alice
Girello appendice
Grassona che zoppica
Icone della Madonna
Assuefarsi all’imboccare che lenisce i sensi di colpa
Scenari futuri?
Allo sguardo, cerco di sorridere
Sputa, troia puttana
Pensa sia veleno
Bocche smerdate
Santini della Madonna
Un signore più grave
Ne vale la pena per gli equilibri? Discarica grumo di semicadaveri
e poi Ruth
Novant’anni
fin ieri stava bene
il marito ossequiosamente che la va a trovare
tutti i giorni e pure un figlio down
non vuole più andarsene
che cazzo ne può la Madonna
“Bravi bravi”, vorrebbe un contatto, qualcosa di umano
“No signora, per carità, che a me i cadaveri generalmente fan schifo
e la necrofilia è il tipico panno sporco che si lava giusto in famiglia”
Mi dileguo

fino a quando?

Esattore

Pioveva, e piovevan negli occhi del triste esattore goccette cerulee di un cielo impigrito, un po’ mogio, scolpendo nell’aria, frattanto, l’omino boccate ingrigite di fumo di pipa, disposte in concentrici cerchi, con sguardo imbronciato. Scandiva lo spazio di trenta gradini, di pietra o di marmo, con passo adombrato, giungeva fin l’uscio di un mesto villino, diresti deserto, girando la testa ogni tanto, non proprio di scatto, con fare inconsueto e il suo strano pallore nel volto, fugando del tutto insperati sospetti di vita nel mondo (ché tanto, io chioso, se mi si concede, che pure l’avercela accanto non serve, se solo l’innato sentore di questa ti insegue, ma mai si concreta, vietandoti di ravvisarla. Di questo, l’ometto, ne aveva un pochino coscienza). Aduso a spazzare, coi suoi mocassini insozzati di fango e fogliame marcito a costante portata di piedi, le stradesolate di un borgo in campagna, pur sempre adempiendo all’infausto dovere con stoico coraggio nei giorni più impervi, il tristo esattore menava il suo buffo sedere (e uno spirito alquanto accigliato) per case e per porte, passando al rastrello la lesina estrema dei nullatenenti e cavandone, mago dei maghi, pecunia “non olet“, di cui lui medesimo ambiva soltanto a una minima parte: ai suoi superiori il più lauto restante. Con animo sempre più incerto (l’olezzo non era nel soldo, ma nel rumoroso difetto di senso), l’ometto anche il trenta settembre passava in rassegna le quattro casette di Via delle Felci, arrestava il suo passo di fronte a Magione Castoldi e provava, saliti quei trenta gradini, di pietra o di marmo, con passo adombrato, a trovare il coraggio di alzare il ditozzo tornito e suonare così il campanello, con tale prurito di fare che quasi sembrava dovesser le tasse riscuotere il cupo omicciolo, e non già il contrario. Ma suona e risuona, nessuno voleva dar segni di vita da dentro quel mesto villino, sicché l’omicciolo facendo di punta e di tacco due gracili perni e così dondolando su quattro piastrelle di pietra o di marmo, in accordo col vento, si mise fischiando a raspare, l’ennesima volta, da un fondo di santa pazienza cercando motivi, seppure banali, per fargli passare più rapido il tempo (perché l’intenzione era quella di andarsene solo a concluso dovere, tant’era devoto al suo fiacco mestiere), chessò, rigirandosi i pollici, oppure passando le dita polpute un po’ ovunque per poi soffiar via con riguardo la polvere depositatasi sui polpastrelli.
Passarono un’ora e quaranta minuti, e l’omino paffuto alla fin si convinse che forse non c’era davvero nessuno al di là di quei trenta gradini, di pietra o di marmo, che tanta fatica era occorsa per far la scalata. Sperando quell’ultimo istante che forse una luce potesse destare, da dentro quel mesto villino, sopite speranze di un qualche (“estremissimo”) riscuotimento, si arrese e decise che avrebbe tentato di nuovo il mattino seguente.
Abulicamente vivendosi, a mezze boccate ed esangui sospiri, la calma apparente di grigie boccate di fumo di pipa ingombrante difetto di senso prurito di fare annoiata routine e calvizie incipiente…

Quadretto

Ho pianto quando John Lennon è morto.
Era come fossimo in tre: lui (da qualche parte), un barbone dallo sguardo trasognato
e fisso a terra, una giovane fanciulla buffa
apparentemente perbene con un’ingombrante gonna
rigonfia che le scendeva ai piedi e una cicca in bocca,
e un qualche manigoldo chissà dove raccattato ed ammantatosi
nelle sue malefatte con sguardo corrucciato. Dietro la siepe, uno a cui prudevan le orecchie
per il suono della pioggia scrosciante. Ma era caldo, ma era ottobre.
Per la voglia di origliare esistenze altrui. Faceva caldo (dentro).
Disorientati, su una panchina al parco, senza un paese natio
(ma tenendoci stretta quell’ebbrezza panica che ci contraddistingue, esizialmente),
eravamo uccelli ciechi a cui il cielo fraternamente
faceva il nido. Ci stringevamo nel nostro compianto
espropriandoci delle parole a vicenda per farne
cosa sovranazionale, al di là di tutte le intimità
(alla fine intrecciate assieme dallo stesso sentiero più o meno comune).
Un brindisi solo supposto, giocato su sguardi e romanticamente sotteso
all’aria del momento, ha poi rotto, in effetti, la coccola di quel silenzio, come quando ti svegli
e sei sveglio, ma il corpo non ha ancora preso possesso di sé e ti sembra
di alzarti e camminare e intraprendere la vita, ma è soltanto
una mera allucinazione, l’effusione e il vapore di un sogno.
“Brindiamo al buon corridore, quello che non lascia orme”
sembriamo aver detto in coro, consci dell’utopia.
Ci alziamo per andare, raccogliamo le nostre quattro cose
e ne facciamo fazzoletto. L’amalgama dei nostri quattro
spiriti peregrini, volendo dirla in modo colorato,
si perde in sentieri diversi, sempre a partire
da quello stesso più o meno comune…

Come nuvole

n
Vorrei essere una nuvola.
Contemplare le vaste distese del mondo, sporcandole un tanto di argento
o di grigio, sospeso beato nel limbo di un panteistico cielo.
Sentire gli stormi impunemente passarmi attraverso, giocando,
e gridare “Screanzati!” col tono solenne di un grave, infinito silenzio.

Incarnare la stizza del meteo, incupirmi mangiandomi i raggi del sole per versificare una mondanità un po’ prosaica col dono di un m(a)est(r)o grigiore.
Versare al di sotto improvvisi acquazzoni, per imbarazzare quegli indaffarati puntini che usiamo, con improvida unilateralità, chiamare “uomini”. Riempire i tombini, o causare alluvioni (indistinti accidenti da quassù). Versarmi, specchiarmi nel mare (non per forza in quest’ordine).
Magari arrostire tuonando qualcosa qualcuno, una tegola un albero un qualche soldato che marcia lontano,
divertito all’idea che di me si faranno il bigotto e il pagano. Il ghigno sinistro l’indice alto del matto di turno – ma matto, da qui, è pur sempre un giudizio.
Lambito dal vento, lasciarmi scolpire in svariate figure bizzarre, e lasciare che i nasi, puntandomi addosso, s’ingegnino a mettermi in scatola. Dopo, viaggiando spedito, incontrare altri nasi e leggere nuove etichette, (e magari ne trovo una giusta, che reciti: “Quello che sembra”. Sarebbe una bella scoperta).
n
Se fossi una nuvola, in fondo… soltanto sarei veramente. Soltanto, ma forse… senz’altro.