Monthly Archive for giugno, 2009

To-do list

Ho deciso di combattere l’ultima, epica e decisiva battaglia contro Pigrizia: per farlo mi avvarrò di una lista di cose da fare, confidando che si possa rivelare un’arma letale contro Accidia mortal nimica. I punti della lista saranno aggiunti man mano che vengono alla mente; appena possibile (formula non vuota e vanificatrice di tutto lo sforzo, ma dettata – stavolta – da un impedimento logistico concreto e contingente che si risolverà necessariamente tra una ventina di giorni) si incomincerà col “regime d’azione”, ovvero non potrà esistere momento della giornata dedicato all’ozio-per-l’ozio, bensì ogni qualvolta esso si presenti dovrò impugnare la mia moleskine e semplicemente agire. L’ordine in cui compiere le determinate azioni sarà dettato dall’ordine in cui esse sono appuntate sull’agendina, giacché la gerarchia delle azioni disposte in ordine di importanza tende a coincidere con l’ordine con cui esse sovvengono alla mente e sono dunque trascritte sull’agendina medesima, e comunque è necessario che il regime d’azione sia regolamentato da un ordine eteronomo, non soggetto all’arbitrio di un animo oramai corroso da indicibile Inettitudine, oltraggiosa Abulia e scandalosa Poltronaggine.
E’ ufficiale: Siamo in Guerra.

Jazz quintet

E’ stata una giornata all’insegna del più spossante aller-retour. E arrivata la sera che si fa, si esce? Non si esce? Un giro di SMS che non finisce più, per arrivare alla conclusione che hanno tutti i loro piani e che stasera non si fa niente.  Non mi va molto a genio. La stanchezza mi fa particolarmente grave, dalle punte dei capelli a quelle delle dita dei piedi; ho la testa che pesa e vagola come dopo una nottata di bagordi; quel senso di incoscienza, come di non essere presenti al proprio corpo; eppure, sento ancora l’esigenza di godermi l’ebbrezza di prendere la macchina, andarmene in qualche posto tranquillo e scrostarmi di dosso lo stress.
Parto; sono le undici e mezzo, le stradine di campagna sono desolate e i lampioni non sempre accesi; in statale passa qualche macchina, ogni tanto, ma niente di particolare. Più prostitute che altro. Mi prendo la comodità di andare a 50-60 km oltre il limite di velocità, cercando di scrollare via il torpore che mi attanaglia. Scopro in pochi secondi che serve a ben poco, ma non tolgo il piede dall’acceleratore: la strada è deserta. Gli alberi, le luci e qualche vetrina accesa, latrati di cani ogni tanto, meno frequenti degli sguardi scuri di qualche faccia losca. La solitudine che si respira. Nessuna autoradio a fare compagnia. Lo so, è un’espressione patetica, ma mi piace la vertigine della notte. E’ bello con la macchina piena di gente, a sparare boiate mezzi ubriachi, ma è forse più bello da soli, inevitabilmente un po’ intimiditi dall’oscurità, quando anche i gesti più naturali, come girare una chiave in una serratura, li fai con un minimo di sospetto e di brivido, guardandoti le spalle una volta in più del solito. Ci si sente un po’ padroni e un po’ spaesati, un po’ signori e un po’ vagabondi, e ti verrebbe voglia di ballare il tiptap in mezzo ai viottoli del borgo, armato di cilindro, palandrana e bordone, canticchiando una qualche canzone degli anni ’60 o ’70 o ’80, ma sempre col timore più o meno inconscio di ritrovarti un Alex DeLarge dietro l’angolo.
Raggiungo il Sunset Jazz Club, un localino di cinquanta metri quadrati gremito di fanatici della notte. E dire “gremito”, parlando di veri fanatici della notte, vuole dire che c’erano sì e no una trentina di persone (non parlo della notte come fenomeno commerciale, parlo di notte come simbolo esistenziale, se vogliamo), insomma l’atmosfera era pacata e respirabile. Sul palco uno Steinway manovrato sapientemente da un capellone (con chignon) sulla quarantina, una batteria animata da un energico uomo sulla cinquantina, brizzolato, anche lui coi capelli lunghi, lisci, vagamente unti, e poi una elegante contrabbassista bionda con un vestito nero di quelli col decolletè molto aperto davanti, ma verticalmente, insomma non le usciva niente, non so spiegare bene, e poi dei pantaloni neri, e poi un sassofonista ed un trombettista apparentemente fratelli, vestiti simili, piuttosto anonimi somaticamente parlando, che avranno avuto una trentina d’anni. Capisco subito che suonano roba forte, non il solito jazz, qualcosa di più raffinato, onirico, con delle armonie un po’ più “wagneriane”, se mi è concesso il termine, che insomma non si capiva proprio subito dove sarebbero andate a parare. Mi piace la cosa, è in tono con il tipo di serata che voglio avere.
Mi siedo a un tavolo, in un angolo, mi metto a guardare le foto sui muri: Gershwin, Ella Fitzgerald, Etta James, Miles Davis… Tutte foto in bianco e nero su sfondo bianco su cornice nera. Molte non so chi raffigurino. Appoggio la testa su un braccio e mi lascio un po’ cadere sul tavolo, aspettando che la barista mi faccia la grazia di venire a chiedermi cosa voglio. Un Brandy Alexander. E me lo devo far bastare l’intera serata, che se mi beccano un po’ brillo in macchina, son rogne.
La foto di Mino Reitano, che non c’entra un cavolo, ma una volta è venuto qui a cantare (nella foto c’è lui ritratto giù dal palco con quello che presumo sia il proprietario del locale), è strano come basti un fotogramma a far perdere mille punti ad un bel posto. Ignoro: sarà stato un invito-marchetta per accontentare qualche parente dai gusti strani, sarà stato un concerto offerto gratuitamente che dici “Vabbè, non mi costa niente, perché non farlo venire?”, sarà stato qualcos’altro che non so ma qualcosa è stato, perché non permetterò a nessuno di profanare il mio tempio di stasera e la bella idea che me ne sono fatto a suon di notti insonni.
Mescolo l’Alexander con la cannuccia, appoggio le braccia al tavolo e la testa alle braccia, continuo a mescolare. La panna si mescola al drink. Mi piacciono i miscugli, ho un’insana passione per i miscugli da quando sono piccolo, da quando al ristorante proprio non mi passava, e facevo dei cocktail micidiali acqua-vino-olio-aceto-sale-pepe-briciole-chi-più-ne-ha-più-ne-metta. La testa pesa e vagola ancora, ma lo fa più soavemente; mi lascio intorpidire dalla musica, dal poco alcol, dal brusio della gente intorno a me, dal sottofondo di bicchieri cucchiaini vassoi. E’ tutta una musica, una roba rumorista che mi solletica le orecchie col suo punzecchiare. Vado un po’ in catalessi, dormicchio, quando giro la testa contro il muro ho persino il coraggio di socchiudere un po’ gli occhi. Passano le ore e sto così.
Così.
Si interrompe il canto che fin prima accompagnava, onirica ninnananna, il mio dondolio tra presenza ed oblio: cambia binario e diventa parlato. Capisco che han finito di suonare, che la cantante ringrazia, con voce leggiadra, quasi da un’altra dimensione, mi fa il tipico effetto delle voci che hai sempre sentito cantare e di cui poi ti sorprendi a conoscere il suono quando parlano. Sei ancora sul binario della musica, e per questo riesci ad ascoltare la parola, a cogliere l’irrazionale nel razionale. Momento magico, critico. Cifra dell’esistenza? Ma forse è la nebbia che ho in testa a farmi divagare in questo modo; mi alzo di scatto, mi gira un momento la testa. Esco e lascio al tavolo l’esaurimento di una settimana intera, mancia troppo ingrata per un così lauto servizio.

Scontentezze metafisiche o metafisica della scontentezza

- Cosa ti manca per essere felice?

- Solamente la felicità.

Fantasmi da un passato lontanissimo (o forse no?)

06-07 Carcerati a cielo aperto

Vecchi pazzi cantilenano un’ucronico Rosario, poi sublimi soffocano ridolini riasfissiando le fiammelle di anime convulse (ma ravvivando i loro giocondi animi, sopiti sotto scheletrici massi).
Tintinnare di chiavi. Sussultare di portoni.
Piante, siepi e nosocomi si riavvolgono alla matassa del mondo, abdicando in favore di un fragile silenzio.
E il tutto tace, scavando silente dentro l’ombra un buio acerbo bucherellato da quello: solo al mondo, riluce il tremolio di una pupilla labile.
L’onniscienza nel nulla più stabile…

Miscuglio di tempere

L’uggia di un mattino martire
trasforma gli aneliti in chimici orgogli
da coccolare,
adagiati sulle proterve strìe
d’un’esistenza crocifissa.

CATHARSIS KEYNOTE

Macinare parole
Germinare prospettive
ai margini di un cielo
difforme.

Fingersi addormentati per sfuggire occasioni sociali. E in questo sentirsi molto affini a quegli animali che, per scampare ad un predatore, si fingono morti.

Impressionistmo (una vecchia creazione un po’ troppo nauseabondamente classicheggiante)

Luce
Colori smontati dal cielo di Eburno.
Ammaina lo spirito il pescator mansueto
temprato
dall’angue del mare in burrasca.
Di soffi e di imbrogli
vocifera il porto da sotto’l gabbano.
Risente del verno la spuma pelagia
che guizza, gorgoglia,
s’ammanta turchina,
vorteggia, salmastra,
s’increspa e si stizza.
Si annusa la legna
che d’aspro sprofonda
da narici, a fremiti, a membra,
l’umido radicale risembra.
Riecheggia un lavorio color dell’ambra,
catene fragorose in moto,
stornire di gabbiani e di gran gente
Cornice dell’idillio che sgretola
e dissolve, prorompente,
la continuità
tra
corpo
e
mente…

Edouard Manet, iIl porto di Calais/i, 1864-65 circa

Edouard Manet, Il porto di Calais, 1864-'65 circa

Mi piaceva molto, anche se neologismi come “vorteggia” (sembra dialetto romanesco), espressioni come “l’umido radicale risembra” o “da sotto’l gabbano” (per non parlare del titolo…), sinestesie goffe come “riecheggia un lavorio color dell’ambra” sono davvero troppo. Magari un giorno ci rimetterò mano…

Grandine

Grandine. Un impeto
fresco si schianta in
faccia. A fiotti si
incastrano chicchi di
polistirolo al cemento
crepato.
Storni di spruzzi
biancastri si sfrangono a
terra di sbieco.
Le foglie e le siepi
convulse che roteano
assieme le teste, signore
bigotte che chiosano
in coro sul tempo
riottoso.
Le fronde degli alberi
svettano il cielo,
somigliano a gente di
porto alle prese con vele
in burrasca e le funi
agitate dal vociferare dei
venti.
Odore di anguria nell’aria.
Gli spruzzi si frustano
contro la pelle,
atomisticamente,
lasciandone i sensi
sconvolti frizzanti.
Cascate di pioggia
slittando su tetti cristalli
di macchine e tegole
incaute vibranti poi
cascano a terra, il rumore
dei cocci fluisce
armonioso nel grande
complesso di rombi.
Pastoni di ghiaccio
fondendosi a terra raduni
di processionarie.
Odor di pinoli pungente
in centro città.

Raduni notturni

notte. un’atmosfera densa, scura, quasi di gitano silenzio.
vicino alla strada tra gli alberi fitti un tendone scarsamente illuminato, giallo scarno, piantato su un campetto da calcio in cemento, con dentro vecchia mobilia tavoli travi in centro, cemento intorno, un gruppetto di amici in piedi in cerchio.
fuori un caravan che se ci entri è tutto stipato di arredamento illuminato da un neon morente che fa luce a intermittenza e c’è un piccolo cesso fluorescente fatiscente.

pochi minuti dopo. tre distesi sui tavoli due sulle panche una coppia ha trovato una vecchia sdraio cigolante in vimini, si sono sdraiati abbracciati moine. chiacchiere un po’ frastornati, sangue alla testa. cazzate progetti cazzate rievocazioni cazzate cazzate risate.
silenzio.

il tendone si piazzava per la sagra, sotto si facevano grigliate e cenoni, accorreva tutto il paese. poi hanno spostato tutto da un’altra parte ma il tendone no. il tendone è rimasto lì con panche e tavoli tutto al centro. recentemente la gente approfittava del casino che c’era sotto il tendone, avevano iniziato a portarci la roba che non serviva più. non molta ancora ma sarebbe aumentata nel tempo sarebbe diventata una discarica. qualcuno tornando da fuori paese passava di lì, se la voglia di rincasare mancava magari si poteva passare un po’ di tempo lì sotto in compagnia. il paese è tranquillo non ci sono grossi rischi il campetto di calcio in cemento di notte è illuminato da un lampione, e così il tendone.

qualcuno tira fuori un mazzo di chiavi ci gioca tra le dita. qualcuno il tintinnio lo sveglia dal torpore bestemmia gli intima di smetterla con quel rumore del cazzo ma lo fa col sorriso, lui gli fa una boccaccia ricambia il sorriso. appoggia le chiavi sul petto. si guarda le unghie di una mano per scegliere quella più lunga da rosicchiare continuando a sparare cazzate in quello che ormai è un mezzo sonno.

il caravan. di chi è quel caravan? nessuno lo sa è lì da due mesi incastrato in una nicchia del margine del bosco. vuoto sempre. di giorno ci puoi sbirciare dentro di notte anche, perché una lampada al neon si accende da sola al calare del sole chissà per che cavolo di motivo. di giorno o di notte la scena è sempre la stessa, lercio e stipato e polveroso di fuori di dentro. qualche undicenne è spesso tentato di provare a scassinare la serratura o rompere una finestra, prima o poi lo faranno e diventerà una base segreta o un eccellente nascondiglio per giocare a nascondino o prenderanno qualcosa da dentro, da usare in qualche modo.

i due sulla sdraio sono partiti. nelle braccia l’uno dell’altra e di morfeo. uno va lì scuote un po’ il braccio di lui gli sussurra dai dobbiamo andare che sono le quattro. lui si sveglia la prende per la spalla la scuote un po’ e le sussurra dai che andiamo amore. si alzano anche loro, due sono lì davanti in piedi altri tre fuori dal tendone sbirciano nel caravan come al solito, non trovano nulla di significativo come al solito. lo fanno per noia così per fare aspettando che arrivino gli altri. si salutano salgono su tre macchine vanno in strada le macchine si seguono l’un l’altra per duecento metri poi il tragitto si biforca due da una parte una dall’altra. si rivedranno qualcuno domani qualcun altro dopodomani qualcuno non smetterà mai di vedersi finché terrà aperti gli occhi.

e intanto la luce nel caravan rimarrà accesa per altre due tre ore. fino al sorgere del sole.
probabilmente un banale rilevatore di luminosità.

Un pensiero.

Il vero irreligioso è chi non ha mai rinnegato i suoi dei per almeno una volta.

Il viandante sopra il mare di nebbia

Le gambe a penzoloni sul nulla.
Il sedere ben piantato, molto in alto.
I palmi premuti contro terra, pronti all’orfica spinta.
La testa reclinata all’indietro e gli occhi fissi in alto, alle nuvole che già sto respirando.
Le ali non ce le ho; chissà se basterebbero, per volare, queste mie braccia nude.
Del resto, un baratro non è che il lato visibile (e vivibile) di una crepa forse rimarginabile.
Posso fare da filo, a patto di passare per la cruna dell’ago. Posso ricucire, se mi decido.

Le gambe a penzoloni sul nulla. Nego a me stesso che si chiami “precipizio” a ragione?
La presenza si dilata ogni secondo che questo assurdo spannung viene protratto.
Che arrivi a sfumare, alcolicamente, con le dita, il Comandamento dell’inazione?
Montagne sacre, divinità performative, demoni del languore.
Tutto a primo membro, aldilà resta zero. Così si dice.

Non resta niente. Nuvole. Sopra sotto tutt’intorno. Fumi d’assenzio.
Svasano lo spirito eppure procrastinano lo slancio, vanificano ogni sforzo.
Mi inebriano mi attardano mi divagano inibiscono indugiano… Gonfiore d’animo.

Uno schiaffo dal cielo sul muso mi vola, mi alzo, recido ogni mio sconfinato proposito.