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Grandine

Grandine. Un impeto
fresco si schianta in
faccia. A fiotti si
incastrano chicchi di
polistirolo al cemento
crepato.
Storni di spruzzi
biancastri si sfrangono a
terra di sbieco.
Le foglie e le siepi
convulse che roteano
assieme le teste, signore
bigotte che chiosano
in coro sul tempo
riottoso.
Le fronde degli alberi
svettano il cielo,
somigliano a gente di
porto alle prese con vele
in burrasca e le funi
agitate dal vociferare dei
venti.
Odore di anguria nell’aria.
Gli spruzzi si frustano
contro la pelle,
atomisticamente,
lasciandone i sensi
sconvolti frizzanti.
Cascate di pioggia
slittando su tetti cristalli
di macchine e tegole
incaute vibranti poi
cascano a terra, il rumore
dei cocci fluisce
armonioso nel grande
complesso di rombi.
Pastoni di ghiaccio
fondendosi a terra raduni
di processionarie.
Odor di pinoli pungente
in centro città.

Aperitivo

Avevamo passato la giornata in spiaggia, a rosolarci per bene tra una partita di beach volley e qualche bagno per rinfrescarsi dall’arsura. Quindi alle sette avevamo fatto armi e bagagli (i materassini non li abbiamo sgonfiati, ché nessuno avrebbe avuto voglia di rigonfiarli daccapo per il sesto giorno consecutivo) e avevamo lasciato in appartamento i borsoni per andare a prendere l’aperitivo al baretto all’angolo della strada già una piacevole abitudine dopo meno di una settimana. Un cenno alla barista da fuori la porta,  per farci notare, e poi a sederci sui tavolini all’aperto. Il sole cominciava a tramontare, la città si tingeva di arancione, le strade cominciavano a gremirsi.
Ci piaceva, a quell’ora, fare un po’ di chillout, stravaccarci sulle sedie di vimini aspettando che arrivassero i Daiquiri, fare le lucertole. Mentre la pelle arrossata sfogava le caldane, chiudevamo gli occhi da dietro gli occhiali da sole e pensavamo, chiacchieravamo, sonnecchiavamo, anche. Anche quella sera stavamo cercando di captare, come lucertole, l’umore dell’aria, della città, della gente, i nostri movimenti erano lenti, rilassati, limitati, ma stavamo perlopiù fermi, annusavamo i dintorni, crogiolandoci nell’atmosfera. Ci dicevamo che era un po’ come fare gli spiedi, che girano lentamente intorno a se stessi, arrostendosi, pacifici. Il baretto era sul lungomare e la brezza cominciava a dare sollievo alle nostre bruciacchiature. Giocavo in bocca con il chewing gum; posavo uno sguardo sbadato e un po’ assorto sulle case e gli altri edifici, piuttosto alti e tutti stipati. Mi suggerivano un che di mediterraneo ma forse poco a ragione, tratto in inganno com’ero dal sole, il quale, da sopra il mare, colorava un po’ tutto di una luce gialla tenue, direi opportuna, che ci avrebbe accompagnato fin dentro la sera.
Era il nostro modo per sbollire i sollazzi di un’intera giornata, un lungo attimo inebriante per spalancare i pori, rifiatare e ritrovarsi. Ricaricarsi il tanto che basta per arrivare ad ammirare l’alba del giorno dopo ancora con gli stessi vestiti addosso, con gli stessi occhi stropicciati dall’abbronzatura e dal sonno.
Una sigaretta, un Daiquiri che si fa attendere, ma alla fin fine arriva. Ancora pochi minuti ad imbiondirci lo spirito. Mi sfilo i Wayfarer, (e non sono nemmeno i miei e non ricordo chi me li ha prestati, ma mi sono innamorato della montatura marrone), i muscoli facciali tendono quasi spontaneamente agli ultimi raggi di sole svogliati, sempre più inclini a tuffarsi nel mare.
- Vamonos?
- Vamos!
Due parole delle quattro o cinque che abbiamo imparato. Ma qual è poi la differenza?
Non ci importa, e ci imbarchiamo per le strade della città aspettando la notte.