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Pensieri

Uno di giorno tenta di tutto per dimenticarsi, per deschiavizzarsi, per volare basso, e abbassare lo sguardo… e poi ti coglie di notte un sogno qualsiasi, un banale sogno, una qualche utopica proiezione in stile Gondry, a ripiombarti nell’impossibile dolcezza di un illusorio panorama da cui hai cercato, con ogni tua forza, di dissuaderti. Tiri mancini e combutte fatali di una mente beffarda e di un riottoso cuore d’Icaro…

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Ci sono giorni che il destino ti bussa con veemenza dentro, tanto che ne senti il senso rimbombare tra le membra. Allora ogni oroscopo un vaticinio, ogni fondo di caffè merita attenzione, ogni bazzecola un segno divino, e t’immagini attore fatale di una greca tragedia… ma col presentimento (magari immotivato) di un lieto fine.

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Ogni malinconico è un oltreuomo chiamato a cospetto dei fatti a forza di sonori schiaffoni.

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Ché alla fine, a parlare di caso, mi si fa la figura di preti cialtroni.

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Oggi, controllando la posta, ho aperto una busta. Cominciava: “Egregio signore…” – mai parole più azzeccate, da qualcuno che nemmeno ti conosce! Mi son detto “Questo qui si merita la mia attenzione”. E gliel’ho conceduta.
Devo dire, tenuto conto di tutto, che nonostante il brillante esordio forse è stato tempo sprecato.
Non ho bisogno di sofisticate aspirapolveri.

Quadretto

Ho pianto quando John Lennon è morto.
Era come fossimo in tre: lui (da qualche parte), un barbone dallo sguardo trasognato
e fisso a terra, una giovane fanciulla buffa
apparentemente perbene con un’ingombrante gonna
rigonfia che le scendeva ai piedi e una cicca in bocca,
e un qualche manigoldo chissà dove raccattato ed ammantatosi
nelle sue malefatte con sguardo corrucciato. Dietro la siepe, uno a cui prudevan le orecchie
per il suono della pioggia scrosciante. Ma era caldo, ma era ottobre.
Per la voglia di origliare esistenze altrui. Faceva caldo (dentro).
Disorientati, su una panchina al parco, senza un paese natio
(ma tenendoci stretta quell’ebbrezza panica che ci contraddistingue, esizialmente),
eravamo uccelli ciechi a cui il cielo fraternamente
faceva il nido. Ci stringevamo nel nostro compianto
espropriandoci delle parole a vicenda per farne
cosa sovranazionale, al di là di tutte le intimità
(alla fine intrecciate assieme dallo stesso sentiero più o meno comune).
Un brindisi solo supposto, giocato su sguardi e romanticamente sotteso
all’aria del momento, ha poi rotto, in effetti, la coccola di quel silenzio, come quando ti svegli
e sei sveglio, ma il corpo non ha ancora preso possesso di sé e ti sembra
di alzarti e camminare e intraprendere la vita, ma è soltanto
una mera allucinazione, l’effusione e il vapore di un sogno.
“Brindiamo al buon corridore, quello che non lascia orme”
sembriamo aver detto in coro, consci dell’utopia.
Ci alziamo per andare, raccogliamo le nostre quattro cose
e ne facciamo fazzoletto. L’amalgama dei nostri quattro
spiriti peregrini, volendo dirla in modo colorato,
si perde in sentieri diversi, sempre a partire
da quello stesso più o meno comune…