Tag Archive for 'mondi immaginari'

Nephyr

At times… I wonder. Is it really this way?
Is it real?

My father used to tell me: “Things are never as they seem”. I think he was talking about being prudent towards life and strangers… But now… At this age, it seems like these words of wisdom are taking a totally different meaning.
Now they’re like… the symbol of a whole existence…

There are times when my head seems to just… to just break away from my body…
Like my mind belongs to another dimension… Like it longs to it, and wants to come back home…
It’s something like being rocked by some slow and regular tidal waves… Hypnotizing… Like drifting along — drifting away
Reality dissolves itself into watercolour… And then water… And then air…
Dispelling matter…
Everyday people and objects, they just turn into steam… You’re just watching television, having a rest after a hard work day… And then the soul of the things around you starts to unfocus… Like halos projecting themselves up to the ceiling…

Does life matter as much as we usually believe it does? Isn’t it just the waiting room of a nothingness beyond understanding? Isn’t our existence just a mere digression from the middle of nowhere?
We blindingly believe in the appearances and phantoms of the ordinary… Will this take us somewhere better? Is there really something better?

I wanted to stop running around in circles…
And then one day, I finally figured out how to do it…

Rush surreale

La bambina era ormai spiritata. La ficchiamo in macchina, morde mio cugino sopra il polso, urla “Cazzo!”. Il cielo grigio, nuvoloso, ci lasciamo alle spalle la villetta di mia zia, mi metto alla guida, andiamo verso il passaggio a livello. Mio cugino si siede davanti con me, o forse dietro con la sua sorellastra indemoniata. Lei quasi vomita verde, dice “Voglio andare a…” un posto che non ricordo. Io mi ci dirigo di corsa, lei nel frattempo comincia a parlare senza senso, o a rivelare sensi reconditi che un povero cretino che si sta letteralmente cagando in mano dalla paura e dai nervi a fior di pelle mentre guida non ha tempo barra modo di interpretare. La prozia cadavere sul sedile posteriore mugugna una roba incomprensibile. La mocciosa dice di sapere che dice. Decifra un messaggio in cui la vecchia si lamenta di noi giovani, del nostro sbadato vivere esteticamente, e profetizza merda per tutti. Mio cugino lì, è sempre stato un tantino più idiota e lesso del normale però sempre un buontempone, un buon compagno di avventure, anche lui se la fa addosso, non sappiamo come gestire la situazione. Mi soffocano gli interni in pelle di daino della macchina, non è manco mia, non so manco guidarla, che cesso di macchina. Io sta situazione l’avevo sognata, non ricordo però se assecondavo o non assecondavo la mocciosa, che si fa più diabolica ad ogni secondo. Folle. A un certo punto no cazzo, appena girato l’angolo dietro il passaggio a livello approfitto di un parcheggio e tento un’inversione di marcia. A lei non va mica bene. Tira fuori una pistola me la punta alla giugulare. Spara. Porca troia è così che ci si sente? E’ così che doveva finire? No per la verità non finisce niente, non sento niente. Come prima.
Però mi tocco il collo e che diamine, il buco del proiettile c’è, bello grosso.

Fantasmi da un passato lontanissimo (o forse no?)

06-07 Carcerati a cielo aperto

Vecchi pazzi cantilenano un’ucronico Rosario, poi sublimi soffocano ridolini riasfissiando le fiammelle di anime convulse (ma ravvivando i loro giocondi animi, sopiti sotto scheletrici massi).
Tintinnare di chiavi. Sussultare di portoni.
Piante, siepi e nosocomi si riavvolgono alla matassa del mondo, abdicando in favore di un fragile silenzio.
E il tutto tace, scavando silente dentro l’ombra un buio acerbo bucherellato da quello: solo al mondo, riluce il tremolio di una pupilla labile.
L’onniscienza nel nulla più stabile…

Miscuglio di tempere

L’uggia di un mattino martire
trasforma gli aneliti in chimici orgogli
da coccolare,
adagiati sulle proterve strìe
d’un’esistenza crocifissa.

CATHARSIS KEYNOTE

Macinare parole
Germinare prospettive
ai margini di un cielo
difforme.

Fingersi addormentati per sfuggire occasioni sociali. E in questo sentirsi molto affini a quegli animali che, per scampare ad un predatore, si fingono morti.

Esattore

Pioveva, e piovevan negli occhi del triste esattore goccette cerulee di un cielo impigrito, un po’ mogio, scolpendo nell’aria, frattanto, l’omino boccate ingrigite di fumo di pipa, disposte in concentrici cerchi, con sguardo imbronciato. Scandiva lo spazio di trenta gradini, di pietra o di marmo, con passo adombrato, giungeva fin l’uscio di un mesto villino, diresti deserto, girando la testa ogni tanto, non proprio di scatto, con fare inconsueto e il suo strano pallore nel volto, fugando del tutto insperati sospetti di vita nel mondo (ché tanto, io chioso, se mi si concede, che pure l’avercela accanto non serve, se solo l’innato sentore di questa ti insegue, ma mai si concreta, vietandoti di ravvisarla. Di questo, l’ometto, ne aveva un pochino coscienza). Aduso a spazzare, coi suoi mocassini insozzati di fango e fogliame marcito a costante portata di piedi, le stradesolate di un borgo in campagna, pur sempre adempiendo all’infausto dovere con stoico coraggio nei giorni più impervi, il tristo esattore menava il suo buffo sedere (e uno spirito alquanto accigliato) per case e per porte, passando al rastrello la lesina estrema dei nullatenenti e cavandone, mago dei maghi, pecunia “non olet“, di cui lui medesimo ambiva soltanto a una minima parte: ai suoi superiori il più lauto restante. Con animo sempre più incerto (l’olezzo non era nel soldo, ma nel rumoroso difetto di senso), l’ometto anche il trenta settembre passava in rassegna le quattro casette di Via delle Felci, arrestava il suo passo di fronte a Magione Castoldi e provava, saliti quei trenta gradini, di pietra o di marmo, con passo adombrato, a trovare il coraggio di alzare il ditozzo tornito e suonare così il campanello, con tale prurito di fare che quasi sembrava dovesser le tasse riscuotere il cupo omicciolo, e non già il contrario. Ma suona e risuona, nessuno voleva dar segni di vita da dentro quel mesto villino, sicché l’omicciolo facendo di punta e di tacco due gracili perni e così dondolando su quattro piastrelle di pietra o di marmo, in accordo col vento, si mise fischiando a raspare, l’ennesima volta, da un fondo di santa pazienza cercando motivi, seppure banali, per fargli passare più rapido il tempo (perché l’intenzione era quella di andarsene solo a concluso dovere, tant’era devoto al suo fiacco mestiere), chessò, rigirandosi i pollici, oppure passando le dita polpute un po’ ovunque per poi soffiar via con riguardo la polvere depositatasi sui polpastrelli.
Passarono un’ora e quaranta minuti, e l’omino paffuto alla fin si convinse che forse non c’era davvero nessuno al di là di quei trenta gradini, di pietra o di marmo, che tanta fatica era occorsa per far la scalata. Sperando quell’ultimo istante che forse una luce potesse destare, da dentro quel mesto villino, sopite speranze di un qualche (“estremissimo”) riscuotimento, si arrese e decise che avrebbe tentato di nuovo il mattino seguente.
Abulicamente vivendosi, a mezze boccate ed esangui sospiri, la calma apparente di grigie boccate di fumo di pipa ingombrante difetto di senso prurito di fare annoiata routine e calvizie incipiente…