
E’ stata una giornata all’insegna del più spossante aller-retour. E arrivata la sera che si fa, si esce? Non si esce? Un giro di SMS che non finisce più, per arrivare alla conclusione che hanno tutti i loro piani e che stasera non si fa niente. Non mi va molto a genio. La stanchezza mi fa particolarmente grave, dalle punte dei capelli a quelle delle dita dei piedi; ho la testa che pesa e vagola come dopo una nottata di bagordi; quel senso di incoscienza, come di non essere presenti al proprio corpo; eppure, sento ancora l’esigenza di godermi l’ebbrezza di prendere la macchina, andarmene in qualche posto tranquillo e scrostarmi di dosso lo stress.
Parto; sono le undici e mezzo, le stradine di campagna sono desolate e i lampioni non sempre accesi; in statale passa qualche macchina, ogni tanto, ma niente di particolare. Più prostitute che altro. Mi prendo la comodità di andare a 50-60 km oltre il limite di velocità, cercando di scrollare via il torpore che mi attanaglia. Scopro in pochi secondi che serve a ben poco, ma non tolgo il piede dall’acceleratore: la strada è deserta. Gli alberi, le luci e qualche vetrina accesa, latrati di cani ogni tanto, meno frequenti degli sguardi scuri di qualche faccia losca. La solitudine che si respira. Nessuna autoradio a fare compagnia. Lo so, è un’espressione patetica, ma mi piace la vertigine della notte. E’ bello con la macchina piena di gente, a sparare boiate mezzi ubriachi, ma è forse più bello da soli, inevitabilmente un po’ intimiditi dall’oscurità, quando anche i gesti più naturali, come girare una chiave in una serratura, li fai con un minimo di sospetto e di brivido, guardandoti le spalle una volta in più del solito. Ci si sente un po’ padroni e un po’ spaesati, un po’ signori e un po’ vagabondi, e ti verrebbe voglia di ballare il tiptap in mezzo ai viottoli del borgo, armato di cilindro, palandrana e bordone, canticchiando una qualche canzone degli anni ’60 o ’70 o ’80, ma sempre col timore più o meno inconscio di ritrovarti un Alex DeLarge dietro l’angolo.
Raggiungo il Sunset Jazz Club, un localino di cinquanta metri quadrati gremito di fanatici della notte. E dire “gremito”, parlando di veri fanatici della notte, vuole dire che c’erano sì e no una trentina di persone (non parlo della notte come fenomeno commerciale, parlo di notte come simbolo esistenziale, se vogliamo), insomma l’atmosfera era pacata e respirabile. Sul palco uno Steinway manovrato sapientemente da un capellone (con chignon) sulla quarantina, una batteria animata da un energico uomo sulla cinquantina, brizzolato, anche lui coi capelli lunghi, lisci, vagamente unti, e poi una elegante contrabbassista bionda con un vestito nero di quelli col decolletè molto aperto davanti, ma verticalmente, insomma non le usciva niente, non so spiegare bene, e poi dei pantaloni neri, e poi un sassofonista ed un trombettista apparentemente fratelli, vestiti simili, piuttosto anonimi somaticamente parlando, che avranno avuto una trentina d’anni. Capisco subito che suonano roba forte, non il solito jazz, qualcosa di più raffinato, onirico, con delle armonie un po’ più “wagneriane”, se mi è concesso il termine, che insomma non si capiva proprio subito dove sarebbero andate a parare. Mi piace la cosa, è in tono con il tipo di serata che voglio avere.
Mi siedo a un tavolo, in un angolo, mi metto a guardare le foto sui muri: Gershwin, Ella Fitzgerald, Etta James, Miles Davis… Tutte foto in bianco e nero su sfondo bianco su cornice nera. Molte non so chi raffigurino. Appoggio la testa su un braccio e mi lascio un po’ cadere sul tavolo, aspettando che la barista mi faccia la grazia di venire a chiedermi cosa voglio. Un Brandy Alexander. E me lo devo far bastare l’intera serata, che se mi beccano un po’ brillo in macchina, son rogne.
La foto di Mino Reitano, che non c’entra un cavolo, ma una volta è venuto qui a cantare (nella foto c’è lui ritratto giù dal palco con quello che presumo sia il proprietario del locale), è strano come basti un fotogramma a far perdere mille punti ad un bel posto. Ignoro: sarà stato un invito-marchetta per accontentare qualche parente dai gusti strani, sarà stato un concerto offerto gratuitamente che dici “Vabbè, non mi costa niente, perché non farlo venire?”, sarà stato qualcos’altro che non so ma qualcosa è stato, perché non permetterò a nessuno di profanare il mio tempio di stasera e la bella idea che me ne sono fatto a suon di notti insonni.
Mescolo l’Alexander con la cannuccia, appoggio le braccia al tavolo e la testa alle braccia, continuo a mescolare. La panna si mescola al drink. Mi piacciono i miscugli, ho un’insana passione per i miscugli da quando sono piccolo, da quando al ristorante proprio non mi passava, e facevo dei cocktail micidiali acqua-vino-olio-aceto-sale-pepe-briciole-chi-più-ne-ha-più-ne-metta. La testa pesa e vagola ancora, ma lo fa più soavemente; mi lascio intorpidire dalla musica, dal poco alcol, dal brusio della gente intorno a me, dal sottofondo di bicchieri cucchiaini vassoi. E’ tutta una musica, una roba rumorista che mi solletica le orecchie col suo punzecchiare. Vado un po’ in catalessi, dormicchio, quando giro la testa contro il muro ho persino il coraggio di socchiudere un po’ gli occhi. Passano le ore e sto così.
Così.
Si interrompe il canto che fin prima accompagnava, onirica ninnananna, il mio dondolio tra presenza ed oblio: cambia binario e diventa parlato. Capisco che han finito di suonare, che la cantante ringrazia, con voce leggiadra, quasi da un’altra dimensione, mi fa il tipico effetto delle voci che hai sempre sentito cantare e di cui poi ti sorprendi a conoscere il suono quando parlano. Sei ancora sul binario della musica, e per questo riesci ad ascoltare la parola, a cogliere l’irrazionale nel razionale. Momento magico, critico. Cifra dell’esistenza? Ma forse è la nebbia che ho in testa a farmi divagare in questo modo; mi alzo di scatto, mi gira un momento la testa. Esco e lascio al tavolo l’esaurimento di una settimana intera, mancia troppo ingrata per un così lauto servizio.
