Goraso era un paesino opulento, un paradiso fiscale da poche migliaia di abitanti. Sommerso dall’acqua fin a livello dei monti. Vedevi barche a vela, villazze sepolte dal mare, altri rottami di civiltà periferica. Era una giornata nuvolosa, e stavo andando a fare un acquisto di 1200 euro per poter restituire al legittimo, recalcitrante proprietario (a) un oggetto preziosamente preso a prestito. Prima ero stato in municipio, per qualche motivo. La mia Punto era inconsuetamente decappottabile, e le gambe mi stavano compresse contro lo sterzo. Ma dove cazzo è la leva del sedile? Procedendo da Goraso verso le mie parti a un tratto il livello dell’acqua precipitava tutt’assieme, una cascata da togliere il respiro, e lasciava spazio ad un verde prima foresta e poi, (scorrendo a mo’ di scena iniziale in Shining), via via tappeto d’erba sintetica. Procedendo invece a sud arrivo oltre Goraso, a ovest, e raggiungo un negozio di vestiti, sorto in luogo della casa dei nonni paterni, a bordo della ferrari bianca di papà. Parcheggio non so dove. Giro e rigiro per l’esterno del negozio, c’è una bella vetrina della levi’s in una stanza di vetro in fondo ad un’arcata esterna. Indeciso se acquistare o meno, decido quindi di non acquistare (del resto mantenendomi fedele all’idea che spendere soldi in vestiti sia un’emerita troiata), ma ecco che tornando al luogo dove ho parcheggiato la macchina (c’era l’orto, una volta, qui) trovo un enorme masso rossastro sopra la mia ferrari, distrutta. (Povero papà, lo diceva lui che era bene non girare col macchinone per non destare invidie, e aveva ragione evidentemente, anche se alla fine come al solito ha ceduto lui). Ma non mi spavento e entro nel bar (non era un negozio di vestiti?) per indagare. Mi sento molto Maigret (ma anche un 1% di Chuck Norris, che è tanto), e il caso è quasi diventato quello di qualcun altro nella mia testa, (benedetto disturbo schizoide). La capocameriera è indaffarata e poco collaborativa. Mi indica tre ragazzi, poco più grandi di me, appena fuori dal bar. Li raggiungo e già fanno gli sbruffoncelli. Mi hanno osservato arrivare e mi sfottono per come guido. (Le manovre in effetti non sono il mio forte). “Oh guarda che ho la patente da solo sei mesi eh” mento io. Fanno i vaghi, ma capisco che c’è il loro zampino, per cui sono risoluto (e lo mostro gonfiandomi). “Anzi, datemi pure i vostri nominativi e mostratemi un documento di identità che ci sentiamo via avvocati, allora”. (constato di fidarmi della giustizia civile! o più semplicemente è una mia sconsideratezza). Noto che sono tutti e tre più alti di me. Il corto, moro, mi mostra una spilletta, pare dell’Inter, col suo nome scritto sopra, minuscolo. Coglione, e io dovrei leggere da qui? Il pacioccone mi mostra un badge di qualche sorta, è il classico “palo”, si fa forte della presenza degli altri due ma singolarmente preso vale zero, ed ha pure un filo di fifa. (anche gli altri due credo, ma in fin dei conti è una gara tra galli – tranne il pacioccone – e ogni timore va mascherato). Il lungo, un biondino riccioluto con la faccia da sberle più clamorosa della storia, esclama ridendo con gli altri (“esclamare”… tipico verbo la cui esistenza è confinata nel magico mondo della narrativa): “Mi chiamo Silvio Vartattak”.
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Il signor V. non aveva dormito tutta la notte.
Ogni mercoledì mattina era svegliato di soprassalto da tre colpi minacciosi, scanditi lentamente alla porta d’ingresso.
Toc. Toc. Toc. Alle sette e mezza.
Talvolta si svegliava pochi minuti prima, tra le sette e un quarto e le sette e venti, grondante sudore e coi nervi a fior di pelle, presagendo quello che di lì a pochi minuti sarebbe successo, dato che succedeva ormai da quattro mesi. Allora sentiva dei passi arrivare, fuori dal suo appartamento; sentiva i tre colpi tuonare alla porta; sentiva un fruscio di carta, e dei passi allontanarsi.
Quella notte, però, non aveva proprio dormito. Si era girato e rigirato tra le lenzuola fradice, gli occhi sbarrati, il cuore a mille. La pistola sul comodino, caricata, senza sicura.
Anche quel mercoledì mattina, sentì dei passi arrivare. Fu colto dal panico. Per un attimo paralizzato, si scrollò il terrore di dosso e si alzò dal letto. Impugnò la pistola. Fece per andare alla porta.
Giunto in corridoio, il terzo colpo alla porta fu dato. Fruscio.
Arrivò alla porta. Si chinò. Le gambe quasi non gli cedettero.
Guardò attraverso lo spioncino.
Un uomo in impermeabile, scuro, stava abbandonando il pianerottolo.
Non aveva mai sentito così chiari i suoi passi allontanarsi.
Una mano alla maniglia, un dito al grilletto. Una fronte pallida, imperlata di sudore.
Solo quando l’uomo fu scomparso dallo spioncino, il signor V. si risolse ad uscire.
Lo seguì per le scale, senza far rumore. Piano dopo piano.
Aspettò che fosse fuori dall’edificio. Lo seguì ancora.
Prima che potesse svicolare, il signor V. si decise.
Puntò la pistola, premette il grilletto. Solo un sibilo di silenziatore.
L’uomo cadde, in mezzo al vialetto. L’impermeabile si tinse di rosso. Il signor V. si voltò e tornò sui suoi passi.
Tornò in casa. Prima di attraversare la porta lasciata aperta, prese qualcosa dalla cassetta della posta.
Entrò e si chiuse la porta alle spalle. Aprì la busta.
Bruciò i ritagli di giornale che componevano il messaggio, e subito si sentì in qualche modo sereno. Bevve un bicchier d’acqua. Tornò a letto, sentendosi un po’ meno miserevole.
(Poi forse, l’indomani, ebbe ad usare un altro proiettile.)
La platea era gremita, vibrante d’attesa.
Il santone salì sul palco, sbucando dal nulla del dietro le quinte.
Subito un boato di ossequiosa ammirazione si sollevò da quella lourdes ambulante di splendidi reietti dello spirito, di lebbrosi dentro. Il santone guadagnava decimetri di palco ad ogni passo, ad ogni passo quel mostro di squisita depravazione che è la folla si infervorava. Eccolo raggiungere il pulpito, il microfono, ecco sublimarsi il meraviglioso dell’ignoranza, ecco la merda fatta verbo propagarsi per l’auditorium, ciucciata con quasi libidinosa smania dai voraci veneranti astanti.
- Carissimi, è con animo lieto che vi accolgo così numerosi anche stasera. Continuiamo la nostra avventura nel mondo dell’inconscio tramite la nuovissima scienza di mia invenzione, la psicoemoprassentomologia…
Divini sproloqui di quarantacinque minuti. Gli stolti in delirio estatico, convinti nella loro beata e sacrale demenza di star accedendo alla panacea. A soli tren-ta-eu-ro-ca-da-u-no a serata! Sale una donna sul palco. Un po’ di deliziose pantomime. Lui deve sbloccarle la psiche, che è congestionata, dice. Le tocca il “Chakra della Radice”, che poi sarebbe un modo esotico di dire: la patata. Favoloso briccone. Lei si irrigidisce. Lui la tocca un po’ anche altrove, poi di nuovo lì. E’ pure vecchia e brutta, mirabile debosciato. Lei si fa intontire, o forse non gradisce più le toccatine (lecito ma sciocco azzardare un rinsavimento dell’ultim’ora), dice che sta già meglio. Lui ammicca ad un’estasiata moltitudine e cerca nuove avvenenti volontarie. Tutte timide, dal pubblico, l’avresti mai detto? Ma che importa: poi nello studio privato ne passeranno a dozzine, di tutte le età di tutti i colori di tutte le sorti ma tutte di un certo tenore economico, giocoforza. Centocinquanta euro a seduta, sedute di un’ora ma ne fa sei o sette contemporaneamente, alternando: due-tre minuti ogni paziente. Diabolica canaglia. Le più ingenue manco a dirlo se le scopa, machiavellico malandrino.
Ah, in fondo alla sala un tavolo pieno di dépliants accatastati. Recitano, tra l’oceano sconfinato di strepitose stronzate, anche questo: Dr. Salvatore Scocca, Eminence Dr. of Psychology negli Stati Uniti, Dr. in Science of Support of the Human Person alla Filomena University di Stanfield, psicologo, psicoterapista, psicoterapeuta, psichiatra e psicotropista alla High Super University of Stoccolma, esperto in chirurgia della ghiandola pineale certificato dal CAZZIR, bla bla bla una sequela di titoli spettacolosi ed immaginifici, autore dei bestseller “Conosci te stesso attraverso la psicoemoprassentomologia”, “Migliora la tua vita in tre semplici passi”, “Ricchi, felici e amati: il percorso verso la realizzazione dell’anima inconscia” e una pletora di altri pilastri della letteratura mondiale.
Può capitarti, perdendoti in questo sconfinato curriculum vitae, di scoprire che la gioconda serata si sia già conclusa, così, in un batter d’occhio. Come vola un’ora e mezza di puttanate, trascorsa “con animo lieto” a rincorrere una qualche dolce illusione da popolino, un qualche provinciale portento. Il dr. Scocca tirerà tardi con una giovine pescata tra il pubblico (ci sono quasi più giovini che vecchi, tra il pubblico!). Pensa bene, il nostro Salvatore: un paio di drink al bar lì vicino, e potrà accedere al Chakra della Radice senza neanche troppe boiate sulla psicoemoprassentomologia.
La bambina era ormai spiritata. La ficchiamo in macchina, morde mio cugino sopra il polso, urla “Cazzo!”. Il cielo grigio, nuvoloso, ci lasciamo alle spalle la villetta di mia zia, mi metto alla guida, andiamo verso il passaggio a livello. Mio cugino si siede davanti con me, o forse dietro con la sua sorellastra indemoniata. Lei quasi vomita verde, dice “Voglio andare a…” un posto che non ricordo. Io mi ci dirigo di corsa, lei nel frattempo comincia a parlare senza senso, o a rivelare sensi reconditi che un povero cretino che si sta letteralmente cagando in mano dalla paura e dai nervi a fior di pelle mentre guida non ha tempo barra modo di interpretare. La prozia cadavere sul sedile posteriore mugugna una roba incomprensibile. La mocciosa dice di sapere che dice. Decifra un messaggio in cui la vecchia si lamenta di noi giovani, del nostro sbadato vivere esteticamente, e profetizza merda per tutti. Mio cugino lì, è sempre stato un tantino più idiota e lesso del normale però sempre un buontempone, un buon compagno di avventure, anche lui se la fa addosso, non sappiamo come gestire la situazione. Mi soffocano gli interni in pelle di daino della macchina, non è manco mia, non so manco guidarla, che cesso di macchina. Io sta situazione l’avevo sognata, non ricordo però se assecondavo o non assecondavo la mocciosa, che si fa più diabolica ad ogni secondo. Folle. A un certo punto no cazzo, appena girato l’angolo dietro il passaggio a livello approfitto di un parcheggio e tento un’inversione di marcia. A lei non va mica bene. Tira fuori una pistola me la punta alla giugulare. Spara. Porca troia è così che ci si sente? E’ così che doveva finire? No per la verità non finisce niente, non sento niente. Come prima.
Però mi tocco il collo e che diamine, il buco del proiettile c’è, bello grosso.

E’ stata una giornata all’insegna del più spossante aller-retour. E arrivata la sera che si fa, si esce? Non si esce? Un giro di SMS che non finisce più, per arrivare alla conclusione che hanno tutti i loro piani e che stasera non si fa niente. Non mi va molto a genio. La stanchezza mi fa particolarmente grave, dalle punte dei capelli a quelle delle dita dei piedi; ho la testa che pesa e vagola come dopo una nottata di bagordi; quel senso di incoscienza, come di non essere presenti al proprio corpo; eppure, sento ancora l’esigenza di godermi l’ebbrezza di prendere la macchina, andarmene in qualche posto tranquillo e scrostarmi di dosso lo stress.
Parto; sono le undici e mezzo, le stradine di campagna sono desolate e i lampioni non sempre accesi; in statale passa qualche macchina, ogni tanto, ma niente di particolare. Più prostitute che altro. Mi prendo la comodità di andare a 50-60 km oltre il limite di velocità, cercando di scrollare via il torpore che mi attanaglia. Scopro in pochi secondi che serve a ben poco, ma non tolgo il piede dall’acceleratore: la strada è deserta. Gli alberi, le luci e qualche vetrina accesa, latrati di cani ogni tanto, meno frequenti degli sguardi scuri di qualche faccia losca. La solitudine che si respira. Nessuna autoradio a fare compagnia. Lo so, è un’espressione patetica, ma mi piace la vertigine della notte. E’ bello con la macchina piena di gente, a sparare boiate mezzi ubriachi, ma è forse più bello da soli, inevitabilmente un po’ intimiditi dall’oscurità, quando anche i gesti più naturali, come girare una chiave in una serratura, li fai con un minimo di sospetto e di brivido, guardandoti le spalle una volta in più del solito. Ci si sente un po’ padroni e un po’ spaesati, un po’ signori e un po’ vagabondi, e ti verrebbe voglia di ballare il tiptap in mezzo ai viottoli del borgo, armato di cilindro, palandrana e bordone, canticchiando una qualche canzone degli anni ’60 o ’70 o ’80, ma sempre col timore più o meno inconscio di ritrovarti un Alex DeLarge dietro l’angolo.
Raggiungo il Sunset Jazz Club, un localino di cinquanta metri quadrati gremito di fanatici della notte. E dire “gremito”, parlando di veri fanatici della notte, vuole dire che c’erano sì e no una trentina di persone (non parlo della notte come fenomeno commerciale, parlo di notte come simbolo esistenziale, se vogliamo), insomma l’atmosfera era pacata e respirabile. Sul palco uno Steinway manovrato sapientemente da un capellone (con chignon) sulla quarantina, una batteria animata da un energico uomo sulla cinquantina, brizzolato, anche lui coi capelli lunghi, lisci, vagamente unti, e poi una elegante contrabbassista bionda con un vestito nero di quelli col decolletè molto aperto davanti, ma verticalmente, insomma non le usciva niente, non so spiegare bene, e poi dei pantaloni neri, e poi un sassofonista ed un trombettista apparentemente fratelli, vestiti simili, piuttosto anonimi somaticamente parlando, che avranno avuto una trentina d’anni. Capisco subito che suonano roba forte, non il solito jazz, qualcosa di più raffinato, onirico, con delle armonie un po’ più “wagneriane”, se mi è concesso il termine, che insomma non si capiva proprio subito dove sarebbero andate a parare. Mi piace la cosa, è in tono con il tipo di serata che voglio avere.
Mi siedo a un tavolo, in un angolo, mi metto a guardare le foto sui muri: Gershwin, Ella Fitzgerald, Etta James, Miles Davis… Tutte foto in bianco e nero su sfondo bianco su cornice nera. Molte non so chi raffigurino. Appoggio la testa su un braccio e mi lascio un po’ cadere sul tavolo, aspettando che la barista mi faccia la grazia di venire a chiedermi cosa voglio. Un Brandy Alexander. E me lo devo far bastare l’intera serata, che se mi beccano un po’ brillo in macchina, son rogne.
La foto di Mino Reitano, che non c’entra un cavolo, ma una volta è venuto qui a cantare (nella foto c’è lui ritratto giù dal palco con quello che presumo sia il proprietario del locale), è strano come basti un fotogramma a far perdere mille punti ad un bel posto. Ignoro: sarà stato un invito-marchetta per accontentare qualche parente dai gusti strani, sarà stato un concerto offerto gratuitamente che dici “Vabbè, non mi costa niente, perché non farlo venire?”, sarà stato qualcos’altro che non so ma qualcosa è stato, perché non permetterò a nessuno di profanare il mio tempio di stasera e la bella idea che me ne sono fatto a suon di notti insonni.
Mescolo l’Alexander con la cannuccia, appoggio le braccia al tavolo e la testa alle braccia, continuo a mescolare. La panna si mescola al drink. Mi piacciono i miscugli, ho un’insana passione per i miscugli da quando sono piccolo, da quando al ristorante proprio non mi passava, e facevo dei cocktail micidiali acqua-vino-olio-aceto-sale-pepe-briciole-chi-più-ne-ha-più-ne-metta. La testa pesa e vagola ancora, ma lo fa più soavemente; mi lascio intorpidire dalla musica, dal poco alcol, dal brusio della gente intorno a me, dal sottofondo di bicchieri cucchiaini vassoi. E’ tutta una musica, una roba rumorista che mi solletica le orecchie col suo punzecchiare. Vado un po’ in catalessi, dormicchio, quando giro la testa contro il muro ho persino il coraggio di socchiudere un po’ gli occhi. Passano le ore e sto così.
Così.
Si interrompe il canto che fin prima accompagnava, onirica ninnananna, il mio dondolio tra presenza ed oblio: cambia binario e diventa parlato. Capisco che han finito di suonare, che la cantante ringrazia, con voce leggiadra, quasi da un’altra dimensione, mi fa il tipico effetto delle voci che hai sempre sentito cantare e di cui poi ti sorprendi a conoscere il suono quando parlano. Sei ancora sul binario della musica, e per questo riesci ad ascoltare la parola, a cogliere l’irrazionale nel razionale. Momento magico, critico. Cifra dell’esistenza? Ma forse è la nebbia che ho in testa a farmi divagare in questo modo; mi alzo di scatto, mi gira un momento la testa. Esco e lascio al tavolo l’esaurimento di una settimana intera, mancia troppo ingrata per un così lauto servizio.
notte. un’atmosfera densa, scura, quasi di gitano silenzio.
vicino alla strada tra gli alberi fitti un tendone scarsamente illuminato, giallo scarno, piantato su un campetto da calcio in cemento, con dentro vecchia mobilia tavoli travi in centro, cemento intorno, un gruppetto di amici in piedi in cerchio.
fuori un caravan che se ci entri è tutto stipato di arredamento illuminato da un neon morente che fa luce a intermittenza e c’è un piccolo cesso fluorescente fatiscente.
pochi minuti dopo. tre distesi sui tavoli due sulle panche una coppia ha trovato una vecchia sdraio cigolante in vimini, si sono sdraiati abbracciati moine. chiacchiere un po’ frastornati, sangue alla testa. cazzate progetti cazzate rievocazioni cazzate cazzate risate.
silenzio.
il tendone si piazzava per la sagra, sotto si facevano grigliate e cenoni, accorreva tutto il paese. poi hanno spostato tutto da un’altra parte ma il tendone no. il tendone è rimasto lì con panche e tavoli tutto al centro. recentemente la gente approfittava del casino che c’era sotto il tendone, avevano iniziato a portarci la roba che non serviva più. non molta ancora ma sarebbe aumentata nel tempo sarebbe diventata una discarica. qualcuno tornando da fuori paese passava di lì, se la voglia di rincasare mancava magari si poteva passare un po’ di tempo lì sotto in compagnia. il paese è tranquillo non ci sono grossi rischi il campetto di calcio in cemento di notte è illuminato da un lampione, e così il tendone.
qualcuno tira fuori un mazzo di chiavi ci gioca tra le dita. qualcuno il tintinnio lo sveglia dal torpore bestemmia gli intima di smetterla con quel rumore del cazzo ma lo fa col sorriso, lui gli fa una boccaccia ricambia il sorriso. appoggia le chiavi sul petto. si guarda le unghie di una mano per scegliere quella più lunga da rosicchiare continuando a sparare cazzate in quello che ormai è un mezzo sonno.
il caravan. di chi è quel caravan? nessuno lo sa è lì da due mesi incastrato in una nicchia del margine del bosco. vuoto sempre. di giorno ci puoi sbirciare dentro di notte anche, perché una lampada al neon si accende da sola al calare del sole chissà per che cavolo di motivo. di giorno o di notte la scena è sempre la stessa, lercio e stipato e polveroso di fuori di dentro. qualche undicenne è spesso tentato di provare a scassinare la serratura o rompere una finestra, prima o poi lo faranno e diventerà una base segreta o un eccellente nascondiglio per giocare a nascondino o prenderanno qualcosa da dentro, da usare in qualche modo.
i due sulla sdraio sono partiti. nelle braccia l’uno dell’altra e di morfeo. uno va lì scuote un po’ il braccio di lui gli sussurra dai dobbiamo andare che sono le quattro. lui si sveglia la prende per la spalla la scuote un po’ e le sussurra dai che andiamo amore. si alzano anche loro, due sono lì davanti in piedi altri tre fuori dal tendone sbirciano nel caravan come al solito, non trovano nulla di significativo come al solito. lo fanno per noia così per fare aspettando che arrivino gli altri. si salutano salgono su tre macchine vanno in strada le macchine si seguono l’un l’altra per duecento metri poi il tragitto si biforca due da una parte una dall’altra. si rivedranno qualcuno domani qualcun altro dopodomani qualcuno non smetterà mai di vedersi finché terrà aperti gli occhi.
e intanto la luce nel caravan rimarrà accesa per altre due tre ore. fino al sorgere del sole.
probabilmente un banale rilevatore di luminosità.
Pioveva, e piovevan negli occhi del triste esattore goccette cerulee di un cielo impigrito, un po’ mogio, scolpendo nell’aria, frattanto, l’omino boccate ingrigite di fumo di pipa, disposte in concentrici cerchi, con sguardo imbronciato. Scandiva lo spazio di trenta gradini, di pietra o di marmo, con passo adombrato, giungeva fin l’uscio di un mesto villino, diresti deserto, girando la testa ogni tanto, non proprio di scatto, con fare inconsueto e il suo strano pallore nel volto, fugando del tutto insperati sospetti di vita nel mondo (ché tanto, io chioso, se mi si concede, che pure l’avercela accanto non serve, se solo l’innato sentore di questa ti insegue, ma mai si concreta, vietandoti di ravvisarla. Di questo, l’ometto, ne aveva un pochino coscienza). Aduso a spazzare, coi suoi mocassini insozzati di fango e fogliame marcito a costante portata di piedi, le stradesolate di un borgo in campagna, pur sempre adempiendo all’infausto dovere con stoico coraggio nei giorni più impervi, il tristo esattore menava il suo buffo sedere (e uno spirito alquanto accigliato) per case e per porte, passando al rastrello la lesina estrema dei nullatenenti e cavandone, mago dei maghi, pecunia “non olet“, di cui lui medesimo ambiva soltanto a una minima parte: ai suoi superiori il più lauto restante. Con animo sempre più incerto (l’olezzo non era nel soldo, ma nel rumoroso difetto di senso), l’ometto anche il trenta settembre passava in rassegna le quattro casette di Via delle Felci, arrestava il suo passo di fronte a Magione Castoldi e provava, saliti quei trenta gradini, di pietra o di marmo, con passo adombrato, a trovare il coraggio di alzare il ditozzo tornito e suonare così il campanello, con tale prurito di fare che quasi sembrava dovesser le tasse riscuotere il cupo omicciolo, e non già il contrario. Ma suona e risuona, nessuno voleva dar segni di vita da dentro quel mesto villino, sicché l’omicciolo facendo di punta e di tacco due gracili perni e così dondolando su quattro piastrelle di pietra o di marmo, in accordo col vento, si mise fischiando a raspare, l’ennesima volta, da un fondo di santa pazienza cercando motivi, seppure banali, per fargli passare più rapido il tempo (perché l’intenzione era quella di andarsene solo a concluso dovere, tant’era devoto al suo fiacco mestiere), chessò, rigirandosi i pollici, oppure passando le dita polpute un po’ ovunque per poi soffiar via con riguardo la polvere depositatasi sui polpastrelli.
Passarono un’ora e quaranta minuti, e l’omino paffuto alla fin si convinse che forse non c’era davvero nessuno al di là di quei trenta gradini, di pietra o di marmo, che tanta fatica era occorsa per far la scalata. Sperando quell’ultimo istante che forse una luce potesse destare, da dentro quel mesto villino, sopite speranze di un qualche (“estremissimo”) riscuotimento, si arrese e decise che avrebbe tentato di nuovo il mattino seguente.
Abulicamente vivendosi, a mezze boccate ed esangui sospiri, la calma apparente di grigie boccate di fumo di pipa ingombrante difetto di senso prurito di fare annoiata routine e calvizie incipiente…

