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Meditazioni

*tutto un discorso che mi ero fatto e che mi son dimenticato, anche perché era scaturito dalla frivolezza di una qualche sensazione sulla pelle, e mi pare un certo profumo di Bilboa* , ma qui… Qui ciò di più fresco alle narici (e per lo spirito) è l’umore dei pini quando appena sverna. Un vero piacere, sia chiaro. Ma quale vero piacere può davvero godersi senza il suo opposto?

… Grigiori che coccolo, a cui mi sono assuefatto. Arredi, palliativi a questo labirinto di gelo.

Introducing Il signor Castagneti in “Castagneti e l’attacco dei bolidi”

Also Zoidberg. Yes! In your face, Gandhi! No. We’re on the top. We’re rescuing ya. That’s right, baby. I ain’t your loverboy Flexo, the guy you love so much. You even love anyone pretending to be him!

Fry, we have a crate to deliver. A true inspiration for the children. And until then, I can never die?

Dear God, they’ll be killed on our doorstep! And there’s no trash pickup until January 3rd. I’ll get my kit! Why would I want to know that?

Goodbye, cruel world. Goodbye, cruel lamp. Goodbye, cruel velvet drapes, lined with what would appear to be some sort of cruel muslin and the cute little pom-pom curtain pull cords. Cruel though they may be… Kids have names? You guys go on without me! I’m going to go… look for more stuff to steal! Bender, hurry! This fuel’s expensive! [pause] Also, we’re dying!

Son, as your lawyer, I declare y’all are in a 12-piece bucket o’ trouble. But I done struck you a deal: Five hours of community service cleanin’ up that ol’ mess you caused. I’m sure those windmills will keep them cool. What kind of a father would I be if I said no? I’m sorry, guys. I never meant to hurt you. Just to destroy everything you ever believed in. Hello, little man. I will destroy you!

E’ così

Uno pensa che dopo una gioventù misera ed iniqua debba seguire di necessità un’età adulta ricca e di successo. E’ che te lo insegnano Hollywood e la tivù, ma è sbagliato. Dopo una gioventù misera ed iniqua segue al più, statisticamente, un’età adulta grigia e mediocre.

Temo di aver preso i funghi.

E poi c’è una cosa che ho realizzato poco fa: è pieno di bimbi e preadolescenti paffutelli che crescendo si asciugano e diventano bei figlioli! Che bello dev’essere fare una simile trasformazione, e che belle persone devono venirne fuori.

Goraso, barbiere a domicilio

Goraso era un paesino opulento, un paradiso fiscale da poche migliaia di abitanti. Sommerso dall’acqua fin a livello dei monti. Vedevi barche a vela, villazze sepolte dal mare, altri rottami di civiltà periferica. Era una giornata nuvolosa, e stavo andando a fare un acquisto di 1200 euro per poter restituire al legittimo, recalcitrante proprietario (a) un oggetto preziosamente preso a prestito. Prima ero stato in municipio, per qualche motivo. La mia Punto era inconsuetamente decappottabile, e le gambe mi stavano compresse contro lo sterzo. Ma dove cazzo è la leva del sedile? Procedendo da Goraso verso le mie parti a un tratto il livello dell’acqua precipitava tutt’assieme, una cascata da togliere il respiro, e lasciava spazio ad un verde prima foresta e poi, (scorrendo a mo’ di scena iniziale in Shining), via via tappeto d’erba sintetica. Procedendo invece a sud arrivo oltre Goraso, a ovest, e raggiungo un negozio di vestiti, sorto in luogo della casa dei nonni paterni, a bordo della ferrari bianca di papà. Parcheggio non so dove. Giro e rigiro per l’esterno del negozio, c’è una bella vetrina della levi’s in una stanza di vetro in fondo ad un’arcata esterna. Indeciso se acquistare o meno, decido quindi di non acquistare (del resto mantenendomi fedele all’idea che spendere soldi in vestiti sia un’emerita troiata), ma ecco che tornando al luogo dove ho parcheggiato la macchina (c’era l’orto, una volta, qui) trovo un enorme masso rossastro sopra la mia ferrari, distrutta. (Povero papà, lo diceva lui che era bene non girare col macchinone per non destare invidie, e aveva ragione evidentemente, anche se alla fine come al solito ha ceduto lui). Ma non mi spavento e entro nel bar (non era un negozio di vestiti?) per indagare. Mi sento molto Maigret (ma anche un 1% di Chuck Norris, che è tanto), e il caso è quasi diventato quello di qualcun altro nella mia testa, (benedetto disturbo schizoide). La capocameriera è indaffarata e poco collaborativa. Mi indica tre ragazzi, poco più grandi di me, appena fuori dal bar. Li raggiungo e già fanno gli sbruffoncelli. Mi hanno osservato arrivare e mi sfottono per come guido. (Le manovre in effetti non sono il mio forte). “Oh guarda che ho la patente da solo sei mesi eh” mento io. Fanno i vaghi, ma capisco che c’è il loro zampino, per cui sono risoluto (e lo mostro gonfiandomi). “Anzi, datemi pure i vostri nominativi e mostratemi un documento di identità che ci sentiamo via avvocati, allora”. (constato di fidarmi della giustizia civile! o più semplicemente è una mia sconsideratezza). Noto che sono tutti e tre più alti di me. Il corto, moro, mi mostra una spilletta, pare dell’Inter, col suo nome scritto sopra, minuscolo. Coglione, e io dovrei leggere da qui? Il pacioccone mi mostra un badge di qualche sorta, è il classico “palo”, si fa forte della presenza degli altri due ma singolarmente preso vale zero, ed ha pure un filo di fifa. (anche gli altri due credo, ma in fin dei conti è una gara tra galli – tranne il pacioccone – e ogni timore va mascherato). Il lungo, un biondino riccioluto con la faccia da sberle più clamorosa della storia, esclama ridendo con gli altri (“esclamare”… tipico verbo la cui esistenza è confinata nel magico mondo della narrativa): “Mi chiamo Silvio Vartattak”.

Fantasmi da un passato lontanissimo (o forse no?)

06-07 Carcerati a cielo aperto

Vecchi pazzi cantilenano un’ucronico Rosario, poi sublimi soffocano ridolini riasfissiando le fiammelle di anime convulse (ma ravvivando i loro giocondi animi, sopiti sotto scheletrici massi).
Tintinnare di chiavi. Sussultare di portoni.
Piante, siepi e nosocomi si riavvolgono alla matassa del mondo, abdicando in favore di un fragile silenzio.
E il tutto tace, scavando silente dentro l’ombra un buio acerbo bucherellato da quello: solo al mondo, riluce il tremolio di una pupilla labile.
L’onniscienza nel nulla più stabile…

Miscuglio di tempere

L’uggia di un mattino martire
trasforma gli aneliti in chimici orgogli
da coccolare,
adagiati sulle proterve strìe
d’un’esistenza crocifissa.

CATHARSIS KEYNOTE

Macinare parole
Germinare prospettive
ai margini di un cielo
difforme.

Fingersi addormentati per sfuggire occasioni sociali. E in questo sentirsi molto affini a quegli animali che, per scampare ad un predatore, si fingono morti.

Raduni notturni

notte. un’atmosfera densa, scura, quasi di gitano silenzio.
vicino alla strada tra gli alberi fitti un tendone scarsamente illuminato, giallo scarno, piantato su un campetto da calcio in cemento, con dentro vecchia mobilia tavoli travi in centro, cemento intorno, un gruppetto di amici in piedi in cerchio.
fuori un caravan che se ci entri è tutto stipato di arredamento illuminato da un neon morente che fa luce a intermittenza e c’è un piccolo cesso fluorescente fatiscente.

pochi minuti dopo. tre distesi sui tavoli due sulle panche una coppia ha trovato una vecchia sdraio cigolante in vimini, si sono sdraiati abbracciati moine. chiacchiere un po’ frastornati, sangue alla testa. cazzate progetti cazzate rievocazioni cazzate cazzate risate.
silenzio.

il tendone si piazzava per la sagra, sotto si facevano grigliate e cenoni, accorreva tutto il paese. poi hanno spostato tutto da un’altra parte ma il tendone no. il tendone è rimasto lì con panche e tavoli tutto al centro. recentemente la gente approfittava del casino che c’era sotto il tendone, avevano iniziato a portarci la roba che non serviva più. non molta ancora ma sarebbe aumentata nel tempo sarebbe diventata una discarica. qualcuno tornando da fuori paese passava di lì, se la voglia di rincasare mancava magari si poteva passare un po’ di tempo lì sotto in compagnia. il paese è tranquillo non ci sono grossi rischi il campetto di calcio in cemento di notte è illuminato da un lampione, e così il tendone.

qualcuno tira fuori un mazzo di chiavi ci gioca tra le dita. qualcuno il tintinnio lo sveglia dal torpore bestemmia gli intima di smetterla con quel rumore del cazzo ma lo fa col sorriso, lui gli fa una boccaccia ricambia il sorriso. appoggia le chiavi sul petto. si guarda le unghie di una mano per scegliere quella più lunga da rosicchiare continuando a sparare cazzate in quello che ormai è un mezzo sonno.

il caravan. di chi è quel caravan? nessuno lo sa è lì da due mesi incastrato in una nicchia del margine del bosco. vuoto sempre. di giorno ci puoi sbirciare dentro di notte anche, perché una lampada al neon si accende da sola al calare del sole chissà per che cavolo di motivo. di giorno o di notte la scena è sempre la stessa, lercio e stipato e polveroso di fuori di dentro. qualche undicenne è spesso tentato di provare a scassinare la serratura o rompere una finestra, prima o poi lo faranno e diventerà una base segreta o un eccellente nascondiglio per giocare a nascondino o prenderanno qualcosa da dentro, da usare in qualche modo.

i due sulla sdraio sono partiti. nelle braccia l’uno dell’altra e di morfeo. uno va lì scuote un po’ il braccio di lui gli sussurra dai dobbiamo andare che sono le quattro. lui si sveglia la prende per la spalla la scuote un po’ e le sussurra dai che andiamo amore. si alzano anche loro, due sono lì davanti in piedi altri tre fuori dal tendone sbirciano nel caravan come al solito, non trovano nulla di significativo come al solito. lo fanno per noia così per fare aspettando che arrivino gli altri. si salutano salgono su tre macchine vanno in strada le macchine si seguono l’un l’altra per duecento metri poi il tragitto si biforca due da una parte una dall’altra. si rivedranno qualcuno domani qualcun altro dopodomani qualcuno non smetterà mai di vedersi finché terrà aperti gli occhi.

e intanto la luce nel caravan rimarrà accesa per altre due tre ore. fino al sorgere del sole.
probabilmente un banale rilevatore di luminosità.

Il viandante sopra il mare di nebbia

Le gambe a penzoloni sul nulla.
Il sedere ben piantato, molto in alto.
I palmi premuti contro terra, pronti all’orfica spinta.
La testa reclinata all’indietro e gli occhi fissi in alto, alle nuvole che già sto respirando.
Le ali non ce le ho; chissà se basterebbero, per volare, queste mie braccia nude.
Del resto, un baratro non è che il lato visibile (e vivibile) di una crepa forse rimarginabile.
Posso fare da filo, a patto di passare per la cruna dell’ago. Posso ricucire, se mi decido.

Le gambe a penzoloni sul nulla. Nego a me stesso che si chiami “precipizio” a ragione?
La presenza si dilata ogni secondo che questo assurdo spannung viene protratto.
Che arrivi a sfumare, alcolicamente, con le dita, il Comandamento dell’inazione?
Montagne sacre, divinità performative, demoni del languore.
Tutto a primo membro, aldilà resta zero. Così si dice.

Non resta niente. Nuvole. Sopra sotto tutt’intorno. Fumi d’assenzio.
Svasano lo spirito eppure procrastinano lo slancio, vanificano ogni sforzo.
Mi inebriano mi attardano mi divagano inibiscono indugiano… Gonfiore d’animo.

Uno schiaffo dal cielo sul muso mi vola, mi alzo, recido ogni mio sconfinato proposito.

Pensieri

Uno di giorno tenta di tutto per dimenticarsi, per deschiavizzarsi, per volare basso, e abbassare lo sguardo… e poi ti coglie di notte un sogno qualsiasi, un banale sogno, una qualche utopica proiezione in stile Gondry, a ripiombarti nell’impossibile dolcezza di un illusorio panorama da cui hai cercato, con ogni tua forza, di dissuaderti. Tiri mancini e combutte fatali di una mente beffarda e di un riottoso cuore d’Icaro…

***

Ci sono giorni che il destino ti bussa con veemenza dentro, tanto che ne senti il senso rimbombare tra le membra. Allora ogni oroscopo un vaticinio, ogni fondo di caffè merita attenzione, ogni bazzecola un segno divino, e t’immagini attore fatale di una greca tragedia… ma col presentimento (magari immotivato) di un lieto fine.

***

Ogni malinconico è un oltreuomo chiamato a cospetto dei fatti a forza di sonori schiaffoni.

***

Ché alla fine, a parlare di caso, mi si fa la figura di preti cialtroni.

***

Oggi, controllando la posta, ho aperto una busta. Cominciava: “Egregio signore…” – mai parole più azzeccate, da qualcuno che nemmeno ti conosce! Mi son detto “Questo qui si merita la mia attenzione”. E gliel’ho conceduta.
Devo dire, tenuto conto di tutto, che nonostante il brillante esordio forse è stato tempo sprecato.
Non ho bisogno di sofisticate aspirapolveri.

Aperitivo

Avevamo passato la giornata in spiaggia, a rosolarci per bene tra una partita di beach volley e qualche bagno per rinfrescarsi dall’arsura. Quindi alle sette avevamo fatto armi e bagagli (i materassini non li abbiamo sgonfiati, ché nessuno avrebbe avuto voglia di rigonfiarli daccapo per il sesto giorno consecutivo) e avevamo lasciato in appartamento i borsoni per andare a prendere l’aperitivo al baretto all’angolo della strada già una piacevole abitudine dopo meno di una settimana. Un cenno alla barista da fuori la porta,  per farci notare, e poi a sederci sui tavolini all’aperto. Il sole cominciava a tramontare, la città si tingeva di arancione, le strade cominciavano a gremirsi.
Ci piaceva, a quell’ora, fare un po’ di chillout, stravaccarci sulle sedie di vimini aspettando che arrivassero i Daiquiri, fare le lucertole. Mentre la pelle arrossata sfogava le caldane, chiudevamo gli occhi da dietro gli occhiali da sole e pensavamo, chiacchieravamo, sonnecchiavamo, anche. Anche quella sera stavamo cercando di captare, come lucertole, l’umore dell’aria, della città, della gente, i nostri movimenti erano lenti, rilassati, limitati, ma stavamo perlopiù fermi, annusavamo i dintorni, crogiolandoci nell’atmosfera. Ci dicevamo che era un po’ come fare gli spiedi, che girano lentamente intorno a se stessi, arrostendosi, pacifici. Il baretto era sul lungomare e la brezza cominciava a dare sollievo alle nostre bruciacchiature. Giocavo in bocca con il chewing gum; posavo uno sguardo sbadato e un po’ assorto sulle case e gli altri edifici, piuttosto alti e tutti stipati. Mi suggerivano un che di mediterraneo ma forse poco a ragione, tratto in inganno com’ero dal sole, il quale, da sopra il mare, colorava un po’ tutto di una luce gialla tenue, direi opportuna, che ci avrebbe accompagnato fin dentro la sera.
Era il nostro modo per sbollire i sollazzi di un’intera giornata, un lungo attimo inebriante per spalancare i pori, rifiatare e ritrovarsi. Ricaricarsi il tanto che basta per arrivare ad ammirare l’alba del giorno dopo ancora con gli stessi vestiti addosso, con gli stessi occhi stropicciati dall’abbronzatura e dal sonno.
Una sigaretta, un Daiquiri che si fa attendere, ma alla fin fine arriva. Ancora pochi minuti ad imbiondirci lo spirito. Mi sfilo i Wayfarer, (e non sono nemmeno i miei e non ricordo chi me li ha prestati, ma mi sono innamorato della montatura marrone), i muscoli facciali tendono quasi spontaneamente agli ultimi raggi di sole svogliati, sempre più inclini a tuffarsi nel mare.
- Vamonos?
- Vamos!
Due parole delle quattro o cinque che abbiamo imparato. Ma qual è poi la differenza?
Non ci importa, e ci imbarchiamo per le strade della città aspettando la notte.

senza titolo

Una camicia sgualcita, ormai sgonfia,
si abbarbica floscia alla sedia.

Accomiatatosi, l’ospite ha dunque onorato
la promessa del mai.

Valet by ItsGreg